Quei no che fanno la decrescita: il commento del 12 agosto
Di Giovanni Maria ChessaQuei no che fanno la decrescita Se l'estate non porta consiglio, quantomeno accende il dibattito. E così, ogni volta che in Sardegna viene paventata la possibilità di un progetto capace di trasformare il territorio, che sia un resort o un data center, la discussione, con annesse polemiche, tende a seguire un percorso rodato: perché dovremmo accettarlo? Quali benefici riceverebbe la nostra comunità da una simile opera? E soprattutto quale sarebbe l'impatto sull'identità dei luoghi, sottaciuto o addirittura negato dai proponenti, spesso identificati come una banda di speculatori senza scrupoli? Sono domande legittime, talvolta necessarie per un territorio, come quello sardo, su cui le attività antropiche hanno lasciato un'impronta fin troppo riconoscibile. Non sempre, però, vengono affiancate da un altro quesito, altrettanto meritevole di considerazione nella ponderazione degli interessi: che cosa accadrebbe se non facessimo nulla? Chi sopporta i costi della solita reazione idiosincratica che si scatena di fronte a ogni nuova opportunità? Ci si potrebbe chiedere, infatti, se sia davvero nell'interesse della Sardegna anteporre un no aprioristico a ogni ipotesi di cambiamento. I no sono legittimi, soprattutto quando sono il frutto di una discussione pubblica matura e consapevole, capace di impedire al territorio di accettare passivamente qualunque intervento venga prospettato come occasione di sviluppo salvifico.
Il problema nasce quando a prendere il sopravvento è la presunzione, che non ammette repliche, secondo cui ogni proposta in grado di creare lavoro e nuova ricchezza sia, per ciò solo, da bloccare o comunque da guardare con una carica di sospetto. È qui che il dibattito assume contorni spiccatamente locali, perché non sempre si capisce quale idea di Sardegna venga contrapposta ai progetti contestati ad alta voce. Spesso l'opposizione appare trasversale a qualunque trasformazione e non tradisce un orientamento che vada oltre la difesa dello status quo. Non si comprende quali attività economiche si ritengano preferibili e soprattutto quale tipo di trasformazione del territorio sardo si consideri ammissibile. Non sapendo su quali aree dovrebbe insistere lo sviluppo futuro dell'isola, viene difficile persino dare un senso compiuto a questo ragionamento. I quesiti si accumulano sotto la canicola estiva e così le intuizioni: la Sardegna deve puntare su uno sviluppo turistico più pronunciato, accettando anche una maggiore pressione sulle coste? Oppure deve continuare a inseguire una prospettiva industriale, magari completando la metanizzazione e la riconversione dei vecchi siti produttivi? Non si può escludere dalla lista chi chiede di candidare l'isola come hub delle nuove tecnologie impiegate nella transizione ecologica, a partire dalle fonti rinnovabili, con le immancabili pale eoliche e via dicendo. La polemica, insomma, è assicurata. Le diagnosi formulate, in questi anni, dai molti soggetti che si sono avvicendati al capezzale del nostro sistema economico e produttivo non mancano. Ad essere assenti sono state le decisioni conseguenti all'identificazione del problema. La Sardegna, per le sue attuali condizioni economiche e demografiche, non può permettersi il lusso di non porsi questi quesiti. Perché anche il non decidere produce effetti deleteri, che eguagliano e spesso superano quelli di un disordinato sviluppo economico e sociale che per fortuna appartiene ad un'altra epoca. A differenza della speculazione e degli investimenti predatori, l'inazione si manifesta più lentamente, in assenza di decisioni e senza un responsabile riconoscibile che dovrebbe provenire dalle fila delle istituzioni. Anche per questo, con maggiore ingenuità, viene scambiata per benevolente prudenza, capace di intercettare gli animi profondi del popolo sardo abituato a promesse non mantenute. All'esito di queste mancate scelte, e delle immancabili recriminazioni, ciò che rischia di affermarsi è solo una tendenza di lungo periodo all'assistenzialismo. Dopo avere rivendicato, con tutte le ragioni del mondo, che non siano altri a decidere per la Sardegna, lo stesso irresponsabile rifiuto di decidere per sé finisce per lasciare in piedi una sola alternativa alle imposizioni dall'alto: la canonica richiesta che il divario venga colmato con risorse prodotte altrove e trasferite all'uopo. Tralasciando la meritevolezza del solidarismo, necessario quando serve a sostenere una crisi industriale e a evitare che un territorio venga lasciato solo, diventa impresa assai ardua la difesa ad oltranza di questi nobili principi quando occorre puntellare un territorio che non cresce più, o che peggio non si mette nelle condizioni di produrre. A quel punto la rivendicazione, anche quando nasce da ragioni comprensibili, assume la forma di una compensazione difficile da giustificare se non è accompagnata da un impegno reciproco sul destino della Sardegna. L'inazione è infatti, prima di tutto, un tema di classe dirigente. Se non si indica una traiettoria, sottraendo al dibattito pubblico le occasioni di confronto, non si costruiscono condizioni di crescita e il richiamo all'orgoglio ferito del passato non basta più. Finché la Sardegna ha ancora la possibilità di scegliere per sé, non può permettersi di sprecarla.
Giovanni Maria Chessa