C’è chi cerca un candidato guardando i sondaggi, chi guardando il curriculum politico, e c’è il centrosinistra italiano, che a quanto pare guarda l’albo d’oro delle federazioni sportive. Mancano pochi mesi al voto e il quadro è di una chiarezza commovente: niente programma, niente leader, e nemmeno un metodo per procurarsene uno, come se il metodo fosse un dettaglio secondario, un optional da aggiungere più avanti, magari a campagna elettorale già iniziata. L’unico collante resta l’odio per Meloni, che tiene insieme tutto come il nastro adesivo tiene insieme un pacco regalo fatto male: da fuori sembra a posto, basta non tirarlo troppo.

Il campo, che si chiama largo per pudore, è in realtà un condominio litigioso dove ogni inquilino ha il suo cane, la sua bandierina e il suo orario per i rumori molesti. Calenda, Renzi, Magi, Onorato, ciascuno con l’agenda propria e la voglia di intestarsi la vittoria prima ancora di aver scritto il programma. La patrimoniale la vuole Avs, l’immigrazione come bandiera identitaria la vuole il Pd, il superbonus qualcun altro lo vorrebbe far risorgere come Lazzaro, con tanto di lenzuolo bianco e proclami. Tutti d’accordo, prodigio dei prodigi, sul fatto che si debba spendere di più. Su chi porti i soldi, silenzio tombale, come in chiesa quando passa il cestino.

E poi, sipario: entra Renzi. Con l’aria di chi sta per annunciare la scoperta dell’America, tira fuori il nome di Silvia Salis e la incorona leader forte del campo, quella che serve, quella giusta. Il curriculum, bisogna ammetterlo, è da applausi: dieci titoli italiani nel lancio del martello, due Olimpiadi, una carriera che fa invidia a metà della classe politica italiana messa insieme. Peccato che il martello, in Parlamento, non lo si lanci: lo si dovrebbe usare per costruire, e lì la faccenda si complica parecchio.

Un conto è primeggiare in pedana, misurandosi con un attrezzo e con se stessi, un altro è tenere insieme una coalizione che litiga persino sull’ordine del giorno delle riunioni. Perché il centrosinistra, diciamocelo, il martello lo sa maneggiare benissimo già da solo, solo che lo indirizza sistematicamente sui propri piedi. Patrimoniale sì, patrimoniale no, immigrazione priorità o distrazione, superbonus resuscitato o sepolto per la seconda volta: ogni giorno una martellata, ogni martellata un comunicato stampa. Al confronto, chi si autoinfligge danni per mestiere sembra un dilettante allo stadio, uno che ci prova ma senza convinzione.

Chiedere a una martellista di guidare una squadra che il martello lo usa già così bene contro se stessa è, come dire, mettere la volpe a guardia del pollaio, solo che qui il pollaio se lo distrugge da solo e la volpe resta a guardare, forse anche un po’ divertita. Renzi, dal canto suo, resta fedele alla sua sceneggiatura preferita: lancia il nome, si schernisce sulla propria candidatura con la modestia di chi in realtà se lo augura tantissimo, e intanto sceglie lui chi debba comandare gli altri, senza che una sola primaria abbia avuto il tempo di annoiarsi in un seggio.

Democrazia interna: pervenuta, archiviata, si replica tra due puntate, stessa ora, stesso canale. Sullo sfondo, la destra non fa drammi, non litiga sui simboli, conta semplicemente i giorni con la placidità di chi sa di avere già vinto una gara diversa. Il 4 settembre il governo Meloni diventerà ufficialmente il più longevo della Repubblica, oltre i 1412 giorni del Berlusconi II.

Mentre a sinistra si discute animatamente su chi debba impugnare il martello, a destra festeggiano semplicemente di essere ancora tutti interi. Che, detta con la franchezza che la situazione impone, è già un programma più solido di molti altri.

Pierpaolo Murgia

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