“Credo che in futuro ci renderemo conto che la politica estera di Stalin, anziché essere così diabolicamente astuta come si sostiene, sia stata in realtà soltanto opportunistica e stupida”. Così nel saggio “Ripensando alla guerra di Spagna” George Orwell consegnava alla storia un giudizio impietoso sulla politica estera di Stalin a proposito del suo ruolo durante il conflitto spagnolo, considerato la prova generale della Seconda guerra mondiale.

Oggi, a novant’anni dallo scoppio di quella tragica guerra civile, il giudizio orwelliano acquista una straordinaria e inquietante attualità: la storia, infatti, continua a mostrarci quanto sia facile scambiare l’opportunismo per lungimiranza, il cinismo per intelligenza politica e una vittoria immediata per un successo destinato a durare. Perché non sempre dietro il cinismo dei potenti si nasconde una raffinata strategia, al contrario, si può celare solo una desolante miopia politica. Mutatis mutandis, ciò sembra offrire una chiave di lettura sorprendentemente attuale della diplomazia di Donald Trump.

Nel tentativo di imporre una pace in Ucraina, il presidente statunitense sembra confondere la rapidità di un accordo con la solidità dei suoi risultati, la capacità di esercitar pressioni con l’abilità di governarne le conseguenze e, soprattutto, sembra ignorare una delle lezioni più ricorrenti della Storia.

E cioè che nessun aiuto è veramente gratuito, presto o tardi il conto è presentato con interessi che resta da capire se potranno mai esser pienamente riscossi. In tale prospettiva, la possibilità che Kiev perda la sovranità sul Donbass non è solamente una seppur importante questione territoriale, ma diventa parte di una precisa narrativa speculativa, funzionale a spezzare la resistenza interna e a ridurre il sostegno già logoro di un’opinione pubblica internazionale che appare stanca della guerra in Ucraina. Ciò comporta il rischio che la prospettiva della capitolazione finisca per essere interiorizzata, sul piano politico, come l’esito inevitabile per ottenere la pace. Rischio perché è un conflitto che sta producendo risvolti internazionali profondi, spesso sottovalutati, ma capaci di trasformare equilibri geopolitici, le cui ripercussioni potrebbero avere un’eco che oggi non siamo in grado di prevedere. Certo la dipendenza ucraina da risorse statunitensi indispensabili alla prosecuzione della guerra nel campo dell’intelligence e della comunicazione, rischia di trasformarsi in una vulnerabilità strategica. Ma ciò che dovrebbe maggiormente preoccupare è il clima di progressiva assuefazione alla violenza verso i civili che si sta imponendo nella scena internazionale, una brutalizzazione della guerra cinicamente voluta dal Cremlino per piegare gli ucraini.

Novant’anni fa Barcellona, Madrid, Valencia e Guernica furono massicciamente bombardate per fiaccare la resistenza repubblicana, oggi Kiev, Kharkiv, Kherson sono costantemente martoriate dal fuoco russo rendendo accettabile ciò che soltanto pochi anni fa sarebbe apparso politicamente e moralmente inammissibile. Certo differenze cronologiche, responsabilità e natura delle due guerre non sono equivalenti, ma un elemento è opportuno qui richiamare: il ruolo delle democrazie europee e le conseguenze delle loro esitazioni. Allora, fu l’imbarazzante silenzio a favorire la sconfitta della Repubblica spagnola e la successiva affermazione della dittatura franchista. Oggi, pur in un contesto radicalmente diverso, il rischio è che l’incapacità europea di elaborare un’autonoma strategia politica finisca, ancora una volta, per lasciare a altri il compito di decidere il destino del continente. Ciò che oggi appare come il trionfo del pragmatismo, domani potrebbe esser ricordato come una clamorosa sconfitta della lungimiranza.

Da storico non mi faccio certo illusioni di poter condizionare le scelte dei politici, ma, ritengo sia un dovere stimolare la coscienza critica dei giovani e della società civile aiutandoli a comprendere che riconoscere la tragedia collettiva della guerra civile spagnola non significa attribuire a tutti gli attori coinvolti le medesime responsabilità, né equiparare le conseguenze subite da vincitori e vinti. È una lezione che oggi conserva tutta la sua attualità di fronte alla tragedia ucraina, perché il riconoscimento delle sofferenze delle popolazioni coinvolte non può cancellare la distinzione tra aggressori e aggrediti. L’imparzialità del metodo storico non coincide con l’indifferenza del giudizio: equi sì, ma senza esser equidistanti, ne va della salvaguardia del patrimonio etico-valoriale alla base delle nostre democrazie.

Luca Lecis – Università di Cagliari

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