Il carnevale è terminato. Se per carnevale s’intende quel periodo dell’anno caratterizzato da feste popolari, carri allegorici e gente in maschera che sciama nelle strade in un clima di trasgressione delle regole comportamentali, sì, il carnevale è finito. Se però lo si intende in senso figurato per indicare una situazione di disordine, confusione e chiasso, no, il carnevale continua in gran parte del mondo.

Compresa l’Italia, patria della sua origine linguistica. Carnevale è un italianismo. Dovremmo esserne orgogliosi? Sì e no. Sì, se usato nel suo senso proprio; no, se gli si dà un senso traslato per indicare il caos. Con quest’ultimo significato la parola è comparsa nei giorni scorsi su autorevoli giornali internazionali.

Alle loro preoccupazioni per il disordine mondiale aggiungiamo le nostre: da anni stiamo vivendo un carnevale di quaresima e una quaresima carnevalesca. Quaresima e carnevale non si alternano ma si mescolano lasciandoci attoniti in una sospensione della realtà sempre più allucinante. Alterniamo la maschera sul viso alle ceneri sul capo.

Non diversamente fanno i cosiddetti potenti della Terra: un grottesco che può volgersi in tragedia. Ha scritto Kierkegaard che «l’uomo può vivere la sua esistenza indossando diverse maschere. Però poi arriva mezzanotte, il momento in cui cadono tutte le illusioni». Ecco, attenti, è quasi mezzanotte.

Tacitus

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