Sanità, il Dna non diventi alibi
Di Ugo CappellacciLe tesi di Armando Bartolazzi e le responsabilità della politica: un popolo non può essere la spiegazione dei problemi di chi lo amministra. Il problema non è stabilire se i sardi siano permalosi. È capire quali prove consentano di collegare il carattere attribuito a una popolazione alle difficoltà del suo servizio sanitario.
Nel contributo pubblicato su “Frontiers in Public Health”, l’ex assessore affianca ai problemi organizzativi e alle interferenze politiche considerazioni sulla genetica, sull’insularità e sulle conseguenze delle dominazioni.
Il testo è classificato come “Community Case Study”: prende le mosse anche dalla sua esperienza di governo, ma non presenta una ricerca genetica originale sulla personalità dei sardi. Documentare peculiarità genetiche di una popolazione non dimostra l’esistenza di un carattere collettivo. Riconoscere una componente ereditaria nella personalità individuale non autorizza ad attribuire suscettibilità, aggressività o introversione a un’intera comunità. Tanto meno dimostra che quei tratti concorrano al peggioramento dei servizi sanitari.
Servirebbero misurazioni, confronti e una verifica dei meccanismi causali. Tra un cromosoma e una lista d’attesa c’è una distanza che la bibliografia, da sola, non colma.
Bartolazzi, va riconosciuto, non riduce tutto alla biologia: richiama l’interazione fra ambiente, cultura e storia. Ma interpretare la diffidenza verso l’esterno come tratto distintivo del contesto sardo espone a un’altra generalizzazione. Contestare una nomina, opporsi a una riorganizzazione e rifiutare un’innovazione non sono lo stesso comportamento.
Anche i richiami letterari a Deledda e Dessì richiedono prudenza. Un romanzo può illuminare una società; non è un campione rappresentativo. La cultura diventa uno strumento impoverito quando serve a confermare uno stereotipo anziché a mettere in discussione le semplificazioni.
Le questioni concrete sollevate dall’ex assessore — frammentazione ospedaliera, carenze professionali, difficoltà territoriali, interferenze sulle nomine — meritano invece verifica e confronto.
Difendere i sardi dalle generalizzazioni non significa assolverne la classe dirigente. L’appartenenza non protegge dall’incompetenza, ma non può neppure costituirne una prova.
La geografia non è un curriculum, né per chi nasce nell’isola né per chi arriva dalla penisola.
Qui si apre la questione politica. Ricostruzioni e commenti hanno attribuito a Giuseppe Conte un ruolo nell’indicazione di Bartolazzi; la nomina fu formalmente decisa da Alessandra Todde nell’aprile 2024, mentre l’incarico fu revocato nel dicembre 2025. Sostegno politico e responsabilità istituzionale vanno distinti. Resta però un rischio paternalistico: il centro nazionale individua la soluzione e, quando l’esperienza si interrompe, il territorio si ritrova sotto esame per il proprio carattere.
È in questo senso politico, non anagrafico, che si può parlare di una tentazione coloniale. Non perché un amministratore venga da fuori, ma perché l’autorevolezza viene attribuita a chi arriva e la responsabilità scaricata su chi riceve. Conte ha denunciato il “connubio perverso” fra politica e sanità e le logiche di partito nelle nomine sanitarie.
La scelta di un assessore è diversa da quella di un direttore sanitario: non esiste una contraddizione automatica. Esiste tuttavia un dovere di coerenza. Chi sostiene una nomina dovrebbe spiegarne criteri, obiettivi e risultati. La qualifica di tecnico non può accreditare una scelta politica e poi sottrarla al bilancio.
Il punto è la responsabilità. A chi formula una tesi si chiedono prove; a chi governa, risultati; a chi indica un amministratore, conto della scelta.
Ai cittadini non si può chiedere che il dissenso diventi un indizio antropologico a loro carico.
Ugo Cappellacci