Libertà di ananas
Di Celestino TabassoA Brisbane hanno licenziato uno chef italiano che ha respinto per tre volte “un oltraggio alla sua cultura”, rifiutandosi categoricamente di mettere l’ananas sulla pizza.
Il tipo sulle prime fa simpatia: bravo, vien da pensare, è tempo di mandarli a quel paese, ‘sti selvaggi. Poi però ci mediti un pochino e ti chiedi: ma davvero è un oltraggio? Davvero la pizza pagata da un’altra persona va tutelata dagli ingredienti che a quella persona garbano? E chi sei, il soprintendente ai beni da forno?
L’ananas non è nella tradizione napoletana, ok. Ma perché, lo è forse il würstel, con quei puntini sulla u?
Non solo: se lo chef fa bene a opporsi patriotticamente all’ananas, noi perché in Italia ci permettiamo tutta quella retorica insopportabile sulle “contaminazioni”, sul “dialogo fra tradizioni”, la sperimentazione, il fusion, il tex che è pure mex, il tiramisushi, tutte quelle frescacce cosmopolitane che strepitano dai menu delle nostre hostarie, lounge, aperieccetera?
Com’è che facciamo gli spregiudicati col goulash degli altri e poi un povero australiano non può magnarsi la pizza come gli pare senza diventare un nemico di Fellini e Michelangelo?
Perché da un po’ diamo un’importanza così assurda e sussiegosa al cibo?
Si dirà che come popolo di gaudenti, veri o presunti, abbiamo da sempre la religione della buona tavola. Ed è vero, ma ora da credenti siamo diventati bigotti
Celestino Tabasso