Calcio drogato dal profitto: il Commento del 10 agosto 2026
Di Lorenzo PirasÈ il caso dell’estate calcistica. Un intrigo che, con la sua scia di carte bollate, rischia di degenerare in un default dalle conseguenze imprevedibili. Gli strascichi dell’imminente addio al Cagliari di Sebastiano Esposito rappresentano l’emblema perfetto della deriva del calcio italiano.
Ci troviamo di fronte a un comparto industriale che incide in modo pesante sul Pil del Paese, ma con un limite significativo: è gestito da novelli Keynes della domenica. Parliamo di dirigenti e intermediari ignari di ogni regola macroeconomica, interessati soltanto a un profitto immediato che – tra l’altro ormai da anni – sottrae risorse alla crescita del movimento.
La retorica del business si scontra con una realtà drogata da plusvalenze fittizie, commissioni ipertrofiche e logoranti bracci di ferro contrattuali. Situazioni che finiscono per gonfiare in modo artificiale il valore di mercato di atleti spesso mediocri, trasformati in intoccabili asset finanziari.
Davanti a questo scenario può capitare anche che, quando un club si indigna di fronte all’improvvisa presentazione di un certificato medico per stress emotivo di un giocatore sotto contratto fino al 2030, l’agente replichi invocando i tribunali. È saltato il confine tra sport e speculazione, segno del fallimento conclamato di un modello che vive al di sopra dei propri mezzi.
In questo contesto tossico, il potere debordante dei procuratori sportivi tiene in ostaggio le società, alterando le naturali leggi della domanda e dell’offerta, e alimenta un circolo vizioso che allontana i tifosi dagli stadi impoverendo il valore reale di un prodotto ridotto a permanente contenzioso legale.
Eppure esiste una via alternativa in grado di restituire dignità e speranza agli appassionati. Il progetto di valorizzazione dei giovani talenti portato avanti dal Cagliari è un rischio che – il discorso riguarda tutto il pianeta calcio in Italia – vale la pena correre.
Tuttavia è anche un piano strategico concreto – sull’esempio del Barcellona e dell’Athletic Bilbao, dell’Ajax e dello Sporting Lisbona – basato sul merito, sul lavoro in campo e sulla crescita graduale delle risorse interne. Un modello sano, che preferisce rifiutare le facili scorciatoie contabili e rimettere al centro della scena l’identità territoriale e l’etica sportiva.
Questa filosofia ha già permesso al Cagliari di raccogliere i primi frutti, con la salvezza nell’ultimo campionato. La nuova stagione si è aperta sabato sera, con il successo nella seconda edizione del Trofeo Gigi Riva all’Unipol Domus contro il Nizza ai calci di rigore.
Un buon auspicio agonistico per il futuro, il giusto spot per un manifesto ideale di un calcio sostenibile, capace di investire sul talento vero dei ragazzi e sul rispetto profondo della memoria eterna di campioni immortali.
Lorenzo Piras