Palestra di vita
Di Lorenzo PirasAl calcio italiano non resta che seguire la scia di una speranza politica. L’elezione di Giovanni Malagò alla guida della Figc (al 68,58%, contro il 29,19 raccolto dal capo della Lega Dilettanti Giancarlo Abete) promette di inaugurare una stagione di riforme profonde e non più rimandabili. Si chiude l’era di Gabriele Gravina, un ciclo sportivo segnato dal trionfo a Euro 2020, ma macchiato dal fallimento della qualificazione a due edizioni consecutive dei Mondiali. Questa alternanza di successi isolati e clamorosi passaggi a vuoto descrive un sistema che si è finto forte per anni, mascherando dietro l’oro di Wembley le sue storiche debolezze strutturali e una crisi d’identità ormai profonda.
Le cause del declino sono evidenti. Partono dal progressivo abbandono dei settori giovanili: i club italiani hanno smesso di investire sulla crescita dei talenti locali, preferendo soluzioni estere immediate e impoverendo il bacino della Nazionale. A questo si aggiunge una clamorosa emorragia finanziaria legata alle commissioni dei procuratori, una voce di spesa che sottrae circa 240 milioni di euro all'anno dalle casse delle società calcistiche. Si tratta di risorse immense che, in modo sistematico, vengono tolte al potenziamento delle infrastrutture e allo sviluppo dei vivai: «Una vergogna», l’ha definita Matteo Marani, presidente della Lega Pro, intervenendo all’assemblea federale che lunedì scorso a Roma ha sancito l’elezione di Giovanni Malagò a capo della Federcalcio.
L'effetto combinato di queste criticità ha ridotto il livello tecnico della Serie A, un tempo campionato di riferimento mondiale e oggi declassato nel confronto con le grandi leghe estere. La crisi economica e gestionale ha letteralmente ammazzato i campionati minori dalla Serie B in giù, schiacciati da costi insostenibili e privi di tutele. In questo scenario i giovani italiani più promettenti scelgono la via dell'espatrio. Il trasferimento al Chelsea del talento dell’Atalanta, l’ex rossoblù Marco Palestra, rappresenta l'emblema di una fuga inevitabile verso club stranieri capaci di garantire ingaggi più alti e reali progetti di valorizzazione sportiva. Malagò eredita un movimento da rifondare, dove serve subito un piano industriale per ridare sostenibilità e futuro al pallone italiano. Anche se non dipende direttamente da lui, dovrà premere su Governo e privati per migliorare un’impiantistica vecchia e trasandata, non più a norma per stare al passo con i tempi. A margine - sempre che qualche altro giovane, nel frattempo, non preferisca andare a giocare all’estero - dovrà scegliere prima il direttore tecnico e poi il nuovo Ct tra Roberto Mancini, Antonio Conte e Silvio Baldini. La conferma di quest’ultimo sarebbe un’operazione in stile Cagliari: corsa, fatica e fame sono i mantra del più outsider tra i commissari tecnici. Ma, a prescindere, dovrebbero essere palestra di vita per ogni sportivo.
Lorenzo Piras