Se scendessimo in strada, come una volta si faceva nelle trasmissioni televisive, e chiedessimo ai passanti quant'è cambiata l'Italia, quella delle istituzioni e della politica, la risposta pressoché unanime sarebbe: pochissimo. Abbiamo tutti l'impressione che i problemi siano sempre gli stessi: l'eccesso di regole, le imposte troppo alte, il divario fra Nord e Sud, la bassa qualità di tanti servizi pubblici. Una cosa però è cambiata: di certe cose, semplicemente, non parliamo più.

In parte è perché alcuni temi ci hanno annoiato. Le riforme istituzionali, il ruolo del premier e del Presidente della Repubblica, il peso delle regioni: materia che continua ad appartenere al libro dei sogni. A che pro discuterne, se tanto non se ne fa nulla? In parte, forse, è perché abbiamo parlato talmente tanto di alcune cose da esserci convinti che quei problemi siano stati risolti. Non è possibile che siano ancora lì, intatti, dopo tanto discutere e litigare. L'esperienza insegna però che discutere e litigare non è prodromico a mettere mano a un problema. E tuttavia non parlarne è il modo migliore per assicurarsi che nulla cambi.

La settimana scorsa sono mancati due politici italiani nati entrambi in provincia di Cuneo. Una era Emma Bonino, che per tante ragioni ha un posto nella nostra storia. L'altro era una figura meno nota ma non minore, Raffaele Costa, ministro della sanità nel governo Ciampi del 1993.

Bonino e Costa erano diversissimi, e simili nel contegno piemontese.

Simili anche in un’altra cosa. Costa per anni ha pubblicato una rivistina, Il Duemila, che era una collezione di notizie su sprechi e malversazioni della pubblica amministrazione. Grandi sprechi, ma anche piccoli: del genere che poteva segnalare un lettore di Sesto San Giovanni o di Latina, con conoscenze di prima mano su quel che si combinava nel suo Comune.

Il Duemila non è una rivista destinata a essere ricordata, ma con largo anticipo sulle inchieste di Rizzo e Stella denunciava con prove e argomenti un andazzo che tutti sapevano esistere: l'estrema liberalità del politico, quando c'è da mettere mano alla borsa di tutti.

Emma Bonino è stata ricordata per le battaglie sui diritti civili, per il trascorso da commissario europeo, per la Corte penale internazionale e per il periodo alla Farnesina. Ma anche perché nel 1999 l'estro dei compagni radicali montò attorno a lei la campagna "Emma for President", con uno slogan perfetto: finalmente l'uomo giusto.

Era scaduto il mandato di Oscar Luigi Scalfaro e c'era da trovare un nuovo inquilino del Quirinale. Marco Pannella fu, assieme a Mario Segni, il grande fautore della trasformazione del nostro sistema politico sul modello anglosassone: sistema elettorale maggioritario, bipolarismo e in prospettiva bipartitismo, superamento dei rapporti clientelari fra corporazioni e politica. Una battaglia di modernizzazione perduta.

In quel quadro Bonino divenne il volto adatto a forzare un presidenzialismo de facto, essendo impossibile de iure. Il tutto franò rapidamente, soprattutto per il naufragio del referendum sul sistema elettorale. Ma i radicali capitalizzarono su quella campagna, presentandosi alle europee del 1999 come i campioni della liberalizzazione economica, col sostegno degli imprenditori del Nord: quelli veneti, piccoli e medi, che allora si identificavano con una nuova associazione, la LIFE.

Di che cosa parlavano, all'epoca, Bonino e i suoi? Come Costa, della necessità di mettere a dieta la pubblica amministrazione, modernizzandola e riducendo gli adempimenti inutilmente gravosi per le imprese.

È poi accaduto? Sul mercato del lavoro passi avanti ne sono stati fatti; su regole e tasse la situazione oggi è peggiore che nel 1999. Eppure non ne parliamo più. Qualche anno dopo il tema esplose col best seller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, e in parte lo cavalcarono i grillini. Risultati concreti, pochi.

O meglio, uno: espellere il tema dal dibattito pubblico. Non se ne parlerà, nella prossima campagna elettorale. Come se ormai le regole fossero poche e semplici. Come se lo Stato italiano costasse il giusto, per quello che dà. Ne siamo sicuri?

Alberto Mingardi

Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”

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