Ma col digitale la Deledda stenta
Di Nicola LeccaA un secolo dal conferimento del Nobel, le braci di Grazia Deledda ardono ancora. Per cent’anni hanno covato sotto la cenere del tempo - alimentate dalla misteriosa forza che soltanto le storie universali sanno custodire – eppure, oggi, rischiano di spegnersi: affievolite dal paradosso di un destino digitale che sta confinando gli audiolibri delle sue opere a una nicchia in cui le riflessioni sul destino, sulla colpa e sul mistero dell’esistenza umana faticano a trovare ascolto, perché distoniche rispetto a un tempo che confonde la visibilità con il valore.
Se è vero che il bacino demografico degli ascoltatori di audiolibri (la cui età media è compresa tra i 25 e 34 anni) ha finora apprezzato e valutato con entusiasmo le opere di Grazia Deledda, è altrettanto vero che il numero delle opinioni espresse è talmente esiguo da risultare imbarazzante. Per intenderci: né “Marianna Sirca”, né tantomeno “Cenere” riescono a raggiungere le cento valutazioni, mentre quasi tutte le altre opere della scrittrice nuorese presenti nell’infinito catalogo di Audible ne hanno finora racimolato, a malapena, qualche decina. Ma il vero paradosso è che al naufragio digitale dei romanzi di Grazia Deledda si oppongono le migliaia di valutazioni tributate a scrittori contemporanei, anche sardi, le cui opere non hanno certo lasciato un’impronta paragonabile nella storia della letteratura. Interrogarsi in proposito significa provare a decodificare le nuove dinamiche della popolarità che – in tutti gli ambienti, perfino quella della politica – stanno cambiando gli equilibri del mondo.
Partiamo da un dato certo: l’economia dell’attenzione digitale non si basa più tanto sul valore delle opere, quanto sulla capacità dei loro autori di generare continua attenzione. In questo contesto, un audiolibro vive dentro uno spazio che premia la ripetizione delle interazioni. Insomma, il presenzialismo, il carisma e l’ambizione di chi scrive sembrano essere sempre più centrali nel successo di un’opera letteraria.
I romanzi di Grazia Deledda mal si adattano a questo genere di dinamiche: appartengono a un’altra logica temporale e richiedono lentezza, immersione e disponibilità emotiva. Perfino le sue opere minori sono intrise da una tradizione narrativa in cui il conflitto interiore, spesso silenzioso, raramente diventa spettacolare. Non costruisce tensioni immediate, non lavora per colpi di scena continui e, pertanto, fatica ad agganciarsi ai meccanismi di raccomandazione algoritmica, che tendono a privilegiare contenuti con alta intensità percettiva. Ma non è tutto. L’accesso a contenuti illimitati ha prodotto una frammentazione irreversibile dell’attenzione. Troppo spesso gli audiolibri si assaggiano, se ne ascoltano pochi minuti. E, se non scatta immediatamente una scintilla, il titolo viene abbandonato. Non è un caso che l’unica opera di Grazia Deledda capace di imporsi nel mercato degli audiolibri (con più di mille valutazioni al suo attivo) sia “Canne al vento” letto da Michela Murgia.
Questo dato sembrerebbe suggerire, seppure indirettamente, una dinamica più ampia: la circolazione digitale delle opere di Grazia Deledda non dipende tanto dalla validità dei suoi romanzi, né dalla qualità interpretativa di chi li legge, quanto dalla continuità della loro presenza nell’incessante susseguirsi delle notizie e dalla rete di richiami digitali, eventi e riattivazioni di cui Murgia era maestra. Se questa alimentazione si interrompe, anche i grandi capolavori della letteratura arretrano, surclassati da altre opere. In questo contesto le numerose celebrazioni per il centenario dal conferimento del Nobel - inaugurate dalla visita presidenziale di Mattarella a Nuoro – sono riuscite con successo a rinfocolare le braci dormienti di Grazia Deledda scongiurandone, almeno per ora, lo spegnimento: anche nel mondo digitale.
Nicola Lecca