L’economia cresce con l’AI: l’analisi del 7 maggio
di Alberto MingardiL'economia americana ha messo a segno una crescita del 2% nel primo trimestre del 2026. Le stime indicano che il PIL statunitense sarà aumentato, a fine anno, del 2%. Nello stesso periodo il PIL dell'eurozona è cresciuto dello 0,1% e quello italiano, per una volta al di sopra della media continentale, dello 0,2%. L'Europa subisce i contraccolpi della crisi iraniana, che ha fatto salire i costi dell'energia e alimentato aspettative di ulteriori rincari. Nonostante la guerra per lo stretto di Hormuz sia stata scatenata proprio dagli Stati Uniti. Chi rompe non paga, e i cocci sono nostri? Negli ultimi anni gli Usa sono diventati indipendenti sul piano energetico, grazie a nuove tecnologie di estrazione delle tanto esecrate fonti fossili e a un mix che comprende anche rinnovabili e nucleare. Non è però questa l'unica ragione della loro buona performance, né si può considerarla un trionfo personale di Donald Trump. Si potrebbe dire, semmai, che è la solita storia. Gli Stati Uniti sono arrivati prima alla tecnologia di frontiera di oggi, cioè l'intelligenza artificiale. Nei dati si vede con chiarezza il boom degli investimenti in AI. Si vedranno anche, prima che altrove, gli effetti che questi software possono avere sulla produttività: dall'ottimizzazione di magazzini e scorte a una logistica più efficiente, a una migliore allocazione del capitale umano. È la stessa cosa accaduta con le tecnologie digitali vent'anni fa.
Si sono sviluppate negli Usa e lì hanno trovato applicazione capillare. Qualche giorno fa Joseph Sternberg, editorialista del Wall Street Journal che da anni segue l'Europa, ha posto a noi tutti una domanda scomoda: che cosa accadrà quando gli europei si accorgeranno di quanto sono poveri? Negli anni Ottanta, ricorda Sternberg, gli americani erano un po' più ricchi degli europei, ma non poi di molto. Le cose sono cambiate radicalmente. Il PIL pro capite americano è oggi di circa 94.000 dollari, contro i 65.000 della Germania e i 43.000 dell'Italia. È vero che ci sono Paesi europei che superano gli Usa: ma sono il Lussemburgo, la Svizzera – che non fa parte dell'UE - e l'Irlanda (ricca grazie alla presenza delle multinazionali a stelle e strisce). È anche vero che la media europea mette insieme l'Irlanda e la Grecia. Ma anche in America ci sono la West Virginia e il Mississippi, oltre al Texas e alla Florida. La percezione di questo divario è più sfumata di quanto i numeri suggeriscano, perché il welfare europeo è più generoso di quello Usa. Molti sono convinti che ciò contribuisca in modo decisivo alla qualità della vita. Tuttavia c'è welfare e welfare: l'efficienza di scuola e sanità non è la stessa in Italia, Portogallo e Danimarca. Negli Stati Uniti il 401k – una specie di fondo pensione dove i datori di lavoro versano i contributi dei propri dipendenti, che vengono poi investiti in Borsa – ha trasformato milioni di lavoratori in azionisti di Apple e Meta, rendendoli partecipi del successo delle grandi imprese. Noi abbiamo l'Inps. Con un tale divario di reddito disponibile, diventa sempre più difficile invocare il welfare come compensazione. I lavoratori europei possono astrattamente apprezzare la socialdemocrazia, ma che succede se essa implica che dispongano della metà dei soldi dei loro colleghi americani per fare le vacanze o per cambiare l'auto? Il problema è che non si intravede alcuna inversione di tendenza. Il treno dell'AI è partito. La logica suggerirebbe di fare buon uso dell'AI disponibile – americana o cinese – per riguadagnare produttività. Invece si sente vagheggiare di una via europea all'intelligenza artificiale e di grandi investimenti pubblici. Negli Usa non è stato il settore pubblico a inventarsi ieri l'Internet commerciale e oggi l'AI. Perché i contribuenti europei dovrebbero finanziare investimenti che, nel migliore dei casi, replicherebbero a costo più elevato una tecnologia che gli americani hanno già? Uno studio suggerisce che il boom dell'AI americano sia reso possibile anche dalle importazioni tecnologiche per i data center, che Trump, a dispetto della retorica, aveva "graziato" dai dazi. In Europa siamo invece determinati a importare sempre meno tecnologia cinese, in nome di presunte esigenze geopolitiche. Così non potremo beneficiare delle tecnologie che non sappiamo realizzare. Andiamo avanti così, facciamoci del male.
Alberto Mingardi – Direttore dell'Istituto "Bruno Leoni"