L’ardua sentenza: il Caffè Scorretto del 7 maggio
di TacitusL'altro ieri era il 5 maggio. Per noi Italiani la sequenza è automatica e immediata: 5 maggio, morte di Napoleone, Alessandro Manzoni, la sua ode commemorativa. Poi, la domanda diventata celebre: «Fu vera gloria?» Ai posteri, concluse il poeta, «l'ardua sentenza», ossia la difficile risposta. I posteri siamo noi. Siamo noi a dover fare la somma algebrica tra l'indiscutibile grandezza di Napoleone e i suoi misfatti. Tra i suoi contemporanei Beethoven gli intitolò la terza sinfonia, l'"Eroica"; ma poi gli revocò la dedica. Hegel lo esaltò immaginandolo come "lo Spirito del mondo" che percorre a cavallo le strade di Jena dopo la decisiva vittoria contro la Prussia. La sua ascesa fu folgorante, da figlio della Rivoluzione, che abbatté la monarchia e ne ghigliottinò i sovrani, a fondatore del primo impero moderno. «Due volte nella polvere, due volte sull'altar» sintetizzò il poeta. La sua volontà di potenza si espresse con la potenza della sua volontà. E non solo sui campi di battaglia. Lo comprova il suo codice civile, che ha influenzato i sistemi legali di gran parte dell'Europa. Dietro di sé, come prezzo delle sue vittorie e delle sue sconfitte, lasciò «cruenta polvere». Oggi circolano scialbe ma potenti figure di chi crede d'essere Napoleone. Il riferimento a Trump e al suo delirio di onnipotenza è scontato. Ma, attenzione, ce ne sono altri più pericolosi di lui.
Tacitus