La vittoria che non c’è: l’analisi del 16 giugno 2026
Di Alessandro AresuDopo oltre cento giorni di guerra, Stati Uniti ed Iran sono giunti a un accordo. Prima della firma, attualmente prevista per venerdì prossimo, una certa cautela è necessaria: l’accordo, in forma di annuncio o di tweet, è già esistito almeno una decina di volte.
Stavolta, a spingere per la sua finalizzazione non è stato solo un tema che non è mai uscito di scena, cioè l’impatto economico della crisi sullo Stretto di Hormuz, ma anche il compleanno di Donald Trump, che domenica ha compiuto 80 anni.
Quest’ultima fase di trattative è stata caratterizzata da nuovi timori di guerra. Washington e Teheran, pur accomunate dalla volontà di fermare il conflitto, hanno ripreso ad attaccarsi per avvicinarsi a un precipizio e poi fermarsi grazie ai mediatori internazionali, in particolare il Qatar e il solito Pakistan.
La bozza di accordo, con un’estensione del cessate il fuoco e la fine del blocco navale, porterà comunque a divergenze nei prossimi giorni, soprattutto da Israele, in riferimento alle ostilità in Libano.
Un punto cruciale per l’Iran è lo sblocco di ingenti beni congelati all’estero per via delle sanzioni. Le questioni più delicate, sia sui tempi della revoca complessiva delle sanzioni che sulla chiarezza in riferimento al programma nucleare iraniano, saranno quasi certamente rimandate a una fase successiva di discussioni tecniche.
Chi ha vinto la guerra di questi mesi?
L’Iran ha alcune ragioni per considerarsi vincitore. L’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, non ha portato al cambio di regime invocato all’inizio da Stati Uniti e Israele ma al rafforzamento degli apparati militari iraniani. L’ala dura del regime, e il nuovo comandante in capo delle Guardie della Rivoluzione, sono sempre più influenti, anche perché contano sulle milizie armate.
Secondo varie ricostruzioni, le Guardie della Rivoluzione hanno partecipato alle trattative per imporre le loro posizioni, e sono state rafforzate anche dalla situazione dello Stretto di Hormuz. I protocolli di successione del regime e la modalità con cui in Iran si esercita il comando militare si sono dimostrati per ora in grado di resistere alla pressione.
In questi mesi, il panorama del Medio Oriente è cambiato in modo radicale perché è finita l’illusione di sicurezza delle monarchie del Golfo: Paesi potenti per le loro risorse energetiche e finanziarie che si sono riscoperti molto vulnerabili. Le immagini degli attacchi a Dubai continueranno ad avere un effetto, anche psicologico, così come le minacce degli iraniani ai data center per l’intelligenza artificiale.
Come in altri conflitti degli ultimi anni, ad avvantaggiarsi di questa situazione è stata anche la Turchia, che può oggi trattare con tutti gli attori dell’area da una posizione di forza.
Poiché lo Stretto di Hormuz è stato usato come un’arma, è normale che gli iraniani vogliano farne una sorta di bancomat permanente. È stato presentato anche un piano, per adesso più teorico che pratico, per regolamentare l’infrastruttura dei cavi Internet sottomarini che attraversano lo Stretto: gli iraniani vorrebbero imporre ai colossi della tecnologia di ottenere permessi, pagare pedaggi e operare secondo le leggi di Teheran.
Se gli Stati Uniti hanno voluto attaccare l’Iran per indebolire la Cina, non ci sono riusciti: a parte il fatto che Pechino disponeva di importanti riserve e aveva previsto questo scenario, il blocco navale ha spinto gli iraniani a riorientare alcuni commerci dai porti emiratini al porto pakistano di Gwadar, controllato dalla Cina. Pechino, inoltre, punta all’indebolimento delle alleanze degli Stati Uniti, e Trump sta realizzando l’obiettivo cinese.
Oggi, quindi, gli Stati Uniti hanno voluto rivendicare un successo che non c’è, mentre Netanyahu non ha ottenuto la demilitarizzazione dell’Iran. Non è però detto che quella dell’Iran sia davvero una vittoria. La Repubblica Islamica rimane molto instabile, per via del disastro economico causato dalle sanzioni e dalla malagestione dell’economia. La guerra ha nascosto tensioni profonde che potrebbero riemergere, mentre il rischio di nuove escalation e sorprese militari non è affatto sparito, anche per via di Israele.
L’Iran vivrà, con ogni probabilità, in uno stato che non è né di guerra né di pace, dove i presunti successi di oggi possono diventare le debolezze di domani.
Alessandro Aresu – Consigliere scientifico di Limes