La tutela della memoria: l’intervento del 25 giugno 2026
Di Antonello MenneHa suscitato forte scalpore la vicenda che vede coinvolto un noto scrittore e alcune frasi che avrebbe pronunciato nei confronti di Michela Murgia, scomparsa nel 2023 all'età di 51 anni. Le cronache hanno riportato che, nel corso di una conversazione con altre scrittrici legate al Premio Strega, il romanziere avrebbe ascritto all’autrice scomparsa una certa condotta e poi chiosato con un’equazione, parrebbe solo femminile, tra insoddisfazione e rabbia.
Al di là del caso specifico, la controversia però solleva una questione di grande rilievo giuridico e civile: esiste un diritto alla tutela del buon nome anche dopo la morte? La memoria di una persona scomparsa costituisce un bene giuridico meritevole di protezione? Nel nostro ordinamento manca una disciplina organica che eriga la memoria del defunto a diritto soggettivo unitario e perpetuo speculare all'onore e alla reputazione della persona vivente. Esistono però plurime forme di tutela postmortale della personalità (in punto di privacy e diritto morale di autore) la cui qualificazione è dibattuta, e la cui intensità è comunque destinata ad affievolirsi nel tempo.
Così l’articolo 597 del Codice penale considera l'offesa alla memoria del defunto una condotta che consente ai prossimi congiunti, all'adottante e all'adottato di proporre querela in proprio, poiché lesi nel loro interesse al buon nome della famiglia e nel sentimento di pietà verso il congiunto scomparso.
Lo stesso principio ispira le norme che puniscono il vilipendio di cadavere e il vilipendio delle tombe. In questi casi il bene giuridico protetto non è un diritto del defunto, ma il sentimento di rispetto e pietà che la collettività e i familiari nutrono verso chi non c'è più. La memoria del defunto, dunque, è un valore giuridicamente rilevante, ma la sua protezione avviene in via indiretta, attraverso i diritti dei congiunti e la salvaguardia di interessi collettivi riconosciuti dall'ordinamento.
Ma il tema non può essere confinato alle sole aule giudiziarie. Esiste una ragione culturale e sociale, ancor prima che giuridica, per cui la memoria dei defunti merita rispetto. Evitare insulti, denigrazioni gratuite o rappresentazioni umilianti significa riconoscere il valore che quella persona ha avuto come essere umano e affermare che la dignità individuale non si esaurisce completamente con la morte.
Vi è inoltre un elementare principio di correttezza: chi è morto non può difendersi, chiarire fatti, contestare accuse o replicare alle offese. Per questa ragione una società matura dovrebbe guardare con particolare cautela agli attacchi gratuiti e sproporzionati rivolti a chi non può più prendere la parola. Il rispetto per i defunti rappresenta, in fondo, una delle regole non scritte della convivenza civile. Contribuisce a preservare un clima di moderazione, tutela i sentimenti di chi resta e rafforza il senso di appartenenza a una comunità fondata sul reciproco riconoscimento della dignità delle persone.
La memoria di ciascuno costituisce parte della sua eredità morale e sociale; offenderla può essere percepito come un rifiuto del contributo che quella persona ha offerto alla famiglia, alla comunità o al Paese. Il modo in cui una società tratta i propri morti rivela molto del rispetto che riserva ai vivi. Per questo il dibattito aperto dalla vicenda non riguarda soltanto i protagonisti coinvolti. Riguarda tutti noi e il significato che attribuiamo alle parole, alla responsabilità pubblica e alla dignità umana.
Anche il Premio Strega ha oggi l'occasione di promuovere una riflessione che va oltre la cronaca e oltre le ragioni di Michele Mari e Teresa Ciabatti. E richiama valori fondamentali della nostra convivenza civile. Sarebbe il modo migliore per onorare comunque la memoria di Michela Murgia e, con essa, di quanti hanno dedicato la propria vita alla crescita culturale e umana della collettività.
Antonello Menne