Lo sappiamo. Nella cultura occidentale siamo molto affezionati alle regole. Riteniamo che esse siano un argine all’arbitrio di chi governa, un irrinunciabile collante della convivenza civile, la più autentica espressione della volontà popolare.

Tutto ciò, in teoria, è senz'altro vero. A patto che il sistema abbia un rapporto fisiologico con le regole e sappia usarle con sapienza, parsimonia, nell'interesse comune. Non a caso esse devono essere generali, astratte, accessibili. Mai sovrabbondanti, altrimenti comprimono immotivatamente gli spazi delle libertà.
Questi elementi, però, nella nostra iconica società occidentale, sembrano essere largamente evaporati. Le leggi sono pletoriche, provvedimentali, spesso incomprensibili, specie per chi le vuole seguire. Gli altri, in ogni caso, le ignorano, argomentando pure che sono troppe e ingombranti. Quando poi il sistema delle regole e delle istituzioni (anche quelle internazionali) diviene talmente inefficiente da non consentire più di osservarle virtuosamente si diffonde nell'opinione comune il mito della forza; unica a poter superare le opprimenti pastoie giuridiche mediante comportamenti concludenti.

Come accadde con la società giolittiana e con lo Stato liberale agli albori del ventennio, anche oggi, c’è la larga percezione di una democrazia inconcludente, per di più attanagliata nell'inerzia e nei privilegi di pochi.

E ciò lascia intendere che solo la forza di un decisore politico autocratico possa traghettare la società verso obiettivi concreti di benessere. E passa l’idea che anche singoli apparati dello Stato (come la magistratura) se non funzionano a dovere debbano essere annichiliti (più che riformati).
Per di più, a differenza che nel passato, oggi questa forza trova una inedita amplificazione nell'apporto della tecnologia, la quale rende ancor più impressionante il divario tra la lentezza e l’inconcludenza di una società politica ritualizzata rispetto agli obiettivi economici e operativi che i nuovi strumenti riescono in pochi istanti a soddisfare.
Si aggiunga inoltre che gli esempi di concentrazione economica e di potere di oggi sono anch’essi inediti e dirompenti, con non più Stati ma privati, non più imprese ma persone fisiche che detengono strumenti chiave dell’economia, della tecnologia, delle infrastrutture a livello planetario. Tra questi vi sono armamentari come i satelliti, l’IA, gli strumenti di comunicazione (il web, i social media) che contribuiscono a rendere le soluzioni tecnologiche ancor più miracolistiche e salvifiche.
A questo punto, potremmo dire, la frittata è fatta. Dinanzi all’estenuante ritardo di una società liberale immobile e di una politica che non decide -emblematici la regola dell’Unione Europea sull' unanimità e l’imminente referendum costituzionale che chiama i cittadini a decidere per i loro rappresentanti- le posture plenipotenziarie di leader come Trump, Putin ed altri ancora appaiono ancor più attraenti.

Il piano dunque si inclina, con un consenso che si polarizza su chi ha più muscoli da esibire. Ed è una storia che ciclicamente si ripete ma dalla quale non impariamo mai, anche perché ci limitiamo a combattere gli effetti del problema senza rimuoverne le cause. Ci indigniamo cioè dinanzi all'arroganza del potere senza mai prevenire la sua inevitabile ascesa, rendendo il sistema democratico efficiente e dinamico quanto basta a sconsigliare che a decidere diventi una persona sola.

È vero: forse questo accade, in prevalenza, in quei sistemi (come il nostro) dove la cosa pubblica alla fine non interessa a nessuno e dove, all’ombra di una democrazia inefficiente, germogliano non poche rendite parassitarie. Va quindi bene così: il malato si affeziona alla sua malattia. Poi però il potente di turno comincia a fare sul serio e allora sono guai per tutti; il sistema va in tilt e si verificano i soliti disastri. Dopodiché, capito che l'uomo (o la donna) della provvidenza non portano da nessuna parte, la giostra gira e si riparte daccapo.

Aldo Berlinguer

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