Il buon senso è merce rara. Un tempo era il motore di ogni trattativa, il terreno sul quale si costruivano compromessi e si componevano conflitti. Oggi sembra quasi una debolezza. Viviamo nell’epoca dell’affermazione a tutti i costi. Non conta capire, conta vincere. Non conta convincere, conta schiacciare. La prevaricazione è diventata un metodo. In politica, nelle guerre, nelle scuole, nei luoghi di lavoro e perfino nelle relazioni personali. Chi ascolta viene considerato incerto, chi media un debole.

Chi urla più forte ha spesso la ragione. Il contagio non ha risparmiato nemmeno il giornalismo. Sempre meno ricerca della verità, sempre più ricerca di una verità utile. Utile a una parte politica, a un interesse economico, a una tifoseria ideologica. Il giornalista non fa più da arbitro: entra in campo e indossa una maglia. Così i fatti diventano materia da manipolare. Si selezionano quelli che servono, si ignorano gli altri, si costruisce una narrazione e la si spaccia per realtà. Le interviste assomigliano a processi.

Gli editoriali a volantini di propaganda. Gli avversari diventano nemici da demolire. Basta sfogliare nello stesso giorno Libero e Il Fatto Quotidiano, guardare La7 o la Rai, per accorgersi che spesso raccontano due Paesi diversi. Non perché i fatti siano cambiati, ma perché cambia il modo di usarli. Ma questa aggressività produce risultati modesti. Si parla soltanto a chi è già d’accordo. Si ricevono applausi dalla propria curva, ma non si convince nessuno dall’altra parte del campo. E così il dibattito pubblico si trasforma in una guerra dove tutti sparano e nessuno ascolta. Forse il vero rivoluzionario, oggi è chi ha il coraggio di usare il buon senso. Per fortuna qualcuno ancora ci prova.

Bepi Anziani

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