Gli scenari che si aprono: l’analisi 19 giugno 2026
Di Alessandro AresuLa fine del conflitto tra Stati Uniti e Iran è arrivata, col memorandum di intesa che chiude un lungo capitolo di scontri militari e di scosse al sistema energetico, e quindi economico, internazionale. Per valutare quello che è accaduto, senza sottovalutare le possibili sorprese delle prossime settimane, dobbiamo sempre tenere presenti gli obiettivi di partenza.
Donald Trump, all’inizio della campagna militare, aveva promesso che non vi sarebbe stato alcun accordo senza la resa incondizionata di Teheran. I fatti si sono mossi in un’altra direzione e gli hanno dato torto: il regime iraniano è sopravvissuto all’assalto della capacità bellica degli Stati Uniti e ha utilizzato il caos economico come un’arma, nelle lunghe trattative delle ultime settimane.
Tutti sanno che Washington ha confermato la sua capacità militare, colpendo l’aviazione e la marina di Teheran con efficacia e soprattutto rafforzando l’integrazione del Pentagono con strumenti avanzati di intelligenza artificiale: per esempio Grok, parte della galassia di Elon Musk, è stato usato per un coordinamento molto più efficace delle munizioni.
Ciononostante, ciò che conta è che il fine politico non è stato raggiunto. Il memorandum d’intesa prevede infatti una tregua con lo sblocco progressivo di 300 miliardi di dollari per la ricostruzione economica dell’Iran, la rimozione del blocco navale nello Stretto di Hormuz e la concessione di ampie deroghe per le esportazioni agli iraniani. Inoltre, la struttura attuale dell’accordo non impone l’immediata rinuncia all’uranio già arricchito né tantomeno porta a un sostanziale disarmo del regime, come voluto da Israele.Lo stesso Trump ha ammesso, nei suoi dialoghi con la stampa durante il G7 in Francia, quello che si poteva intuire da alcune settimane: prima o poi ci sarebbe stato un sussulto di pragmatismo per evitare una catastrofe economica e una recessione globale, che nessuno poteva davvero permettersi.
Le conseguenze energetiche della guerra sono state comunque profonde e continueranno a farsi sentire nei prossimi mesi. Per gli Stati Uniti, l’emergenza ha portato a spingere ancora sulla strategia di produzione di combustibili fossili. Per la Cina, che continua a usare molto carbone, la crisi ha reso meno affidabili gli idrocarburi provenienti dal Medio Oriente, e ha dato l’opportunità di accelerare nelle esportazioni di batterie e veicoli elettrici. Per decenni, le monarchie del Golfo si sono affidate in modo incondizionato alla presenza militare statunitense, ma la guerra ha indicato la loro vulnerabilità: è un altro aspetto strutturale.
Il Paese più importante da guardare nel prossimo futuro è sicuramente la Turchia, che ha tratto dal conflitto il maggiore vantaggio. Dopo le prime fasi più caotiche e rischiose, Ankara è riuscita ad affrontare il pesante impatto dell’inflazione e si è proposta come una nuova destinazione per i capitali finanziari in uscita dal Golfo e come fornitrice di sistemi militari.In mezzo ad altri politici e statisti internazionali, il ministro degli esteri turco Hank Fidan sembra muoversi con una particolare scaltrezza e intelligenza. Ha proposto una sua visione, la “Dottrina Fidan”, secondo cui il ritiro dell’impegno degli Stati Uniti richiede una nuova consapevolezza da parte delle medie potenze. Certo, ne parlano anche altri Paesi, come il Canada col discorso a Davos del primo ministro Mark Carney. La differenza è che la Turchia non si limita a parlare; agisce. Ankara ha già consolidato le coalizioni informali con varie potenze regionali e ha una presenza decisiva in Libia e in Siria. La Turchia parla con tutti, senza preclusioni, compresi ucraini e russi. Mentre sullo sfondo avanza una relazione sempre più conflittuale e problematica con Israele, che potrebbe avere pericolose evoluzioni, la Turchia punta anche a Oriente attraverso una strategia che vuole sfruttare le tensioni tra Cina e Stati Uniti.
Di recente, Fidan è stato a Singapore, in Corea del Sud, in Bangladesh e soprattutto in Indonesia, dove ha raggiunto accordi molto importanti per le forniture di jet da combattimento. Al di là della giostra di dichiarazioni e colpi di scena, un’eredità strutturale dell’instabilità del Golfo e della guerra in Iran è proprio il protagonismo della Turchia.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes