Gli ottant’anni di Padre Morittu
Di Lorenzo PaoliniIl commendator Salvatore Morittu, che oggi compie ottant’anni, ha alcune caratteristiche del tutto peculiari. Frate francescano per vocazione maturata da bambino, due lauree fra le quali quella utilissima in Psicologia, ha anzitutto la straordinaria capacità di saper maneggiare il dolore con grazia lieve, quasi accarezzandolo. Poi è il classico fuscello di titanio, una figura mistica e dolce ma nello stesso tempo durissima e fiera. Ma soprattutto è uno che resta. Quando gli altri si allontanano, quando le porte si chiudono, quando un’emergenza smette di occupare le prime pagine: lui c’è. Queste righe non gli piaceranno affatto perché concepisce il palcoscenico solo come opera di servizio in conto altrui, per le cause a cui ha votato il corpo e l’anima. Eppure la Sardegna tutta, oggi, dovrebbe tributargli un caloroso abbraccio: quest’Isola è meglio di come potrebbe essere anche grazie a lui. E la parola comunità, anche per suo merito, è diventata patrimonio collettivo: sul piano semantico, sociale, terapeutico, di prossimità affettiva.
Bisogna tornare agli inizi degli anni Ottanta per capire che cosa abbia significato. Oggi possediamo parole diverse per parlare delle dipendenze. Abbiamo imparato, almeno in parte, a considerarle una questione sanitaria, psicologica e sociale. Allora il tossicodipendente era il drogato: la paura, le siringhe abbandonate, i furti, l'eroina che entrava in qualunque casa senza barriere di censo e cultura.
In quella Sardegna, nel 1980, Morittu aprì il convento di San Mauro a Cagliari ai tossicodipendenti. Due anni dopo arrivò S'Aspru, nelle campagne di Siligo: lui e sette ragazzi, in un luogo che sarebbe diventato uno dei simboli di Mondo X Sardegna. All’inizio ci fu anche la diffidenza di chi abitava intorno. È difficile ricordarlo oggi, perché quarant’anni ci hanno cambiato. Ma allora mettere insieme un frate, un convento e ragazzi dipendenti dall’eroina sembrava l’inizio di una barzelletta di quelle che non fanno ridere. La prima rivoluzione fu forse proprio questa: aprire una porta quando era normale chiuderla. Poi arrivò l’Aids e la paura fu terrore. Erano gli anni in cui non si conosceva l’Hiv, la malattia era una condanna senza appello e produceva un impasto venefico di dolore, stigma e, spesso, abbandono. Nel cimitero di Siligo c’è una specie di tomba del milite ignoto, linda e piena di fiori freschi, adottata dall’intero paese. Nella lapide c’è scritto: «Ero forestiero e sei venuto a visitarmi». Lui era Marco, tossicodipendente e malato di Aids originario di Cagliari. Quando morì la famiglia rifiutò qualunque contatto: non c’interessa la salma, men che meno il funerale. Ecco, ci sono intere epoche che possono essere raccontate attraverso una sepoltura e quella racconta un tempo nel quale si poteva morire due volte: per la malattia prima, poi per la paura degli altri. Morittu rimase anche allora. Anzi raddoppiò e tirò su a Sassari il primo (e unico) centro per malati terminali di Aids. Davanti ai suoi occhi ha visto sfilare l’evoluzione (e la proiezione sociale) della malattia: tossicodipendenti e omosessuali prima, poi eterosessuali, la meglio gioventù e i lupi grigi, ragazzini disperati ma anche un ottantenne che era stato assistito da due anziane sorelle finché erano in forze.
La sua non è solo una storia straordinaria di altruismo incarnato, concreto e coerente. Ha studiato, costruito presìdi di umanità in terra ostile o peggio indifferente, formato operatori, lavorato con medici, servizi sanitari e istituzioni. Ha trasformato un impulso morale in un’organizzazione capace di durare, capendo che la carità senza competenza è consolazione e la competenza senza umanità assomiglia alla burocrazia. Non ha mai confuso l’accoglienza con l’indulgenza. La dignità di una persona, nella sua idea, passa anche dal tornare responsabile della propria vita. Una concezione esigente della misericordia, molto lontana dalla pietà che guarda dall’alto verso il basso. Gli ottant’anni di Padre Morittu raccontano qualcosa di più del compleanno di un uomo, dentro la sua vita scorrono molte Sardegne. Quella povera del dopoguerra nella quale è nato, quella dell’industrializzazione e delle migrazioni, quella sconvolta dall’eroina e poi terrorizzata dall’Aids. E quella di oggi, con forme di disagio meno spettacolari ma non meno profonde. Ha detto tante volte: «Non esistono vite sbagliate ma vite ferite». Dovrebbe essere ovvio, non lo è e lui lo ha dimostrato. Qualche volta, per sanare una ferita, basta semplicemente una postura diversa. Non andare via e restare. Accanto.
Lorenzo Paolini