La sessione plenaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è sempre un momento di incontro per i leader, nonché di discussione dei principali dossier internazionali. L’appuntamento di quest’anno a New York è anche segnato dal tema della successione dell’attuale segretario generale, Antonio Guterres, ma soprattutto da una situazione globale complessa e per certi versi caotica. La funzione delle Nazioni Unite, in questa fase, non è legata alla produzione di decisioni efficaci, perché viviamo ormai in una crisi conclamata del multilateralismo.

Essere a New York vuol dire soprattutto poter incontrare altri leader, ritrovarsi in formati ristretti e cercare di dominare l’agenda internazionale attraverso la propria prospettiva e capacità di aggregazione.

Donald Trump ha organizzato la sua presenza all’Assemblea non solo per pronunciare il consueto discorso ma soprattutto per confrontarsi direttamente con altri attori, tra cui Volodymyr Zelensky, le monarchie del Golfo, il nuovo primo ministro britannico Burnham e la premier giapponese Takaichi.

In questa fase, sulla vicenda ucraina Trump ha ormai smesso di parlare solo della promessa di una pace duratura, concentrandosi su intese concrete per ridurre le tensioni e gli attacchi, per esempio sulle infrastrutture energetiche. Sull’Iran il linguaggio di Trump continua invece a essere roboante. Eppure, negoziato e minaccia pubblica convivono spesso nelle stesse stanze, per via della presenza della delegazione iraniana a New York e degli stessi incontri coi Paesi del Golfo e con la Turchia. Tutto ciò riporta anche alla questione energetica, di particolare interesse negli Stati Uniti in vista delle elezioni di novembre.

Un dossier che ha acquisito un rilievo pari alle tradizionali questioni di sicurezza è quello dell’intelligenza artificiale, attraverso gli interventi dei rappresentanti di OpenAI, Anthropic e Hugging Face al Consiglio di Sicurezza, che portano a un nuovo livello il lavoro già avviato dalle Nazioni Unite su questo tema. La discussione sulle implicazioni militari e sociali, oltre che economiche, dei sistemi autonomi entra sempre più nell’agenda della sicurezza collettiva. La distanza tra i vari Stati su chi debba governare la tecnologia, e come debba farlo, resta però molto profonda, considerando i diversi interessi politici e i divari industriali.

L’intelligenza artificiale è emersa negli ultimi mesi anche come questione centrale per la discussione bilaterale tra le due principali potenze, Stati Uniti e Cina, che con la visita di Xi Jinping hanno realizzato di fatto un evento diplomatico parallelo rispetto agli incontri delle Nazioni Unite.

È interessante notare che la stessa preparazione del faccia a faccia tra Trump e Xi Jinping si è svolta a New York, ma non nel Palazzo di Vetro dell’ONU, bensì in una sede della banca JPMorgan, con l’incontro tra il Segretario al Tesoro Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng. E dopo gli incontri in Corea del Sud e a Pechino, Xi Jinping è stato accolto negli Stati Uniti con tutti gli onori da Trump.

Il loro rapporto, però, non potrà essere segnato solo dall’affinità personale. La competizione tra Pechino e Washington è un tema strutturale dei prossimi anni, destinato a influenzare le dinamiche globali. Trump e Xi Jinping hanno siglato una nuova tregua provvisoria ma il leader cinese pensa già a chi sarà il prossimo presidente americano.

Alessandro Aresu

Consigliere scientifico di Limes

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