Fra Kiev e Mosca guerra dell'energia
Di Alessandro AresuFinora le cronache sui cambiamenti dei rapporti di forza e sulle svolte nel fronte tra Russia e Ucraina non hanno mai portato a un processo concreto verso la conclusione del conflitto.
Anche gli eventi delle ultime settimane possono essere visti secondo questa chiave di lettura. È vero che la percezione di un rafforzamento della Russia qualche settimana fa, per via dell’aumento del prezzo dell’energia con la guerra in Iran, ha lasciato spazio a una crescente attenzione per gli attacchi dell’Ucraina nel territorio russo, ma non è affatto detto che ciò porti a un vero negoziato o a una chiara evoluzione. Per esempio, verso le cosiddette soluzioni “finlandese” o “coreana”, che implicano comunque un accordo, più informale che formale, tra Ucraina e Russia sul congelamento delle operazioni militari e sullo status dei territori contesi. Un passaggio importante sarà, in ogni caso, il prossimo vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio, anche e soprattutto per misurare la temperatura della coesione europea e dei rapporti tra l’Europa e gli Stati Uniti.
Sul piano militare, l’Ucraina ha intensificato le operazioni nei territori russi e controllati dalla Russia, per mostrare le proprie capacità offensive e per colpire infrastrutture e poli manifatturieri. La Crimea, in particolare, è stata sottoposta a bombardamenti e attacchi di droni, che hanno danneggiato la rete elettrica e contribuito alla dichiarazione di uno stato di emergenza.
Questa situazione si unisce oggi a una posizione più attendista da parte degli Stati Uniti rispetto alle precedenti mosse di Trump e alla necessità di valutare per tutti le conseguenze della guerra in Iran, sia sul piano energetico che su quello della tattica negoziale. Nel mentre, sul piano militare la Russia continua a perseguire la sua strategia di logoramento con una lenta avanzata territoriale nel Donbass.
Mentre sul campo di battaglia continua uno scontro armato che sconta la ridotta disponibilità di personale militare rispetto alle fasi iniziali di un conflitto ormai molto lungo, la partita dell’energia si gioca anche sui mari. Un esempio del contrasto alla cosiddetta “flotta ombra russa” si è verificato recentemente nel Mediterraneo, al largo delle coste della Sicilia. La Marina francese, con l’uso delle forze speciali, ha intercettato e dirottato una petroliera proveniente da un porto russo, che batteva la bandiera del Camerun. Macron ha voluto diffondere le immagini dell’operazione e rivendicarla politicamente: è la quinta di questo tipo da settembre 2025.
In vista del vertice NATO di Ankara, tra i principali candidati per un ruolo di possibile mediazione c’è ancora una volta la Turchia. Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha ribadito in questi giorni la disponibilità a ospitare nuove delegazioni di Ucraina e Russia per riprendere i negoziati di pace. La diplomazia turca, visto il logoramento di entrambi i contendenti dal punto di vista demografico e considerato l’ottimo rapporto di Erdogan con gli Stati Uniti di Trump, punta a un salto di qualità nelle trattative. Per gestire il negoziato, la Turchia può partire dai risultati ottenuti in passato, come lo scambio di duemila prigionieri facilitato a metà 2025.
Sul vertice di Ankara, tuttavia, peserà anche il malcontento europeo sul segretario generale Mark Rutte, il quale ha spesso agito più come un membro dell’ufficio personale di Donald Trump che come il rappresentante di un’alleanza più ampia. E nelle tensioni tra Europa e Stati Uniti continua a contare la guerra in Iran. Tra il negoziato in corso dopo l’accordo preliminare e i nuovi scambi di bombardamenti, in Europa resta il timore che le problematiche irrisolte, come la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, oltre alle questioni finanziarie, possano pesare sul summit.
Non sarà comunque l’ennesimo incontro tra leader europei a costruire una reale capacità di produzione industriale e di deterrenza armata. Il vertice dovrà fare nuovamente i conti con le differenze che restano tra i Paesi europei sulla stessa guerra in Ucraina. Per esempio, il primo ministro slovacco, Robert Fico, ha annunciato già la sua totale opposizione ai piani su un nuovo pacchetto di aiuti militari e finanziari, paventando il timore di un’incontrollabile estensione del conflitto.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes