Editoria e contributi: il Post del lunedì del 18 maggio 2026
Di Bepi AnzianiIl nuovo mantra è togliere ai giornali il contributo pubblico, indicato dai promotori di una grande raccolta di firme come la causa principale delle genuflessioni dell’informazione nei confronti del governo di turno. Ma il presupposto è falso. I contributi all’editoria esistono da decenni, sono un sostegno di settore come tanti ne esistono in Italia e non vengono assegnati in base alla fedeltà o meno verso chi governa. Oltretutto non esistono praticamente più i vecchi contributi “a pioggia” diretti. Oggi il sostegno pubblico si concentra soprattutto su crediti d’imposta, prepensionamenti, incentivi all’innovazione tecnologica, distribuzione e transizione digitale. Strumenti che premiano soprattutto le aziende che vendono più copie, investono e garantiscono occupazione stabile. Li ricevono quasi tutte le aziende editoriali che ne hanno diritto, indipendentemente dalla linea politica dei loro giornali. Ma c’è anche chi ci rinuncia.
Si può discutere sul modo in cui questi fondi vengono distribuiti, sui criteri, sui controlli, sugli sprechi. Persino sul fatto che siano meritati. È legittimo chiedere maggiore trasparenza o immaginare modelli diversi di sostegno all’informazione. Ma trasformare il finanziamento pubblico all’editoria nel nemico da abbattere significa colpire soprattutto i giornali più fragili, i piccoli editori, le realtà locali. Sottoponendoli davvero, senza più sostegni oggettivi, al ricatto della politica.
Bepi Anziani