ET, realtà e speranze: l’analisi del 18 febbraio 2026
Di Ciriaco OffedduEinstein Telescope, riassunto. Il progetto è oggi nel pieno della fase preparatoria, in quanto la decisione sul sito e sulla geometria dell’osservatorio sotterraneo è attesa tra la fine del 2026 e il 2027. I vari team (si parla di circa 1.900 ricercatori da 23 Paesi) stanno dunque approfondendo i vari studi di fattibilità relativi alla caratterizzazione geologica, sismica e idrogeologica, agli impatti ambientali, alla sostenibilità socio-economica dell’iniziativa. Entro fine 2026 dovrebbero essere pronti i "bid book", ovvero i dossier di candidatura per il confronto finale.
Le candidature sono tre: euroregione Meuse-Rhine al confine tra Paesi Bassi-Belgio-Germania, Sos Enattos in Sardegna, e Lusazia in Sassonia. Si prevede che l’impianto venga costruito a circa 200-300 metri di profondità e abbia bracci di 10 chilometri. La sua forma – triangolo equilatero oppure configurazione a doppia L– è ancora in valutazione.
La costruzione e la messa a punto dell’osservatorio di onde gravitazionali richiederanno circa 8 anni di lavoro e il ricorso ad aziende internazionali specializzate. A regime, la gestione e la ricerca vedranno coinvolti circa tremila tra tecnici e scienziati. Dalle ultime notizie pervenute, la candidatura della Sardegna appare tuttora solida e competitiva per quanto riguarda la caratterizzazione geologica, sismica e idrogeologica, mentre crescono i dubbi sulla sostenibilità tecnico-sociale.
In parole povere, mentre la località di Sos Enattos sembra ideale da un punto di vista scientifico, la Sardegna è svantaggiata da un punto di vista infrastrutturale, dalle scarse possibilità di accoglienza, dalla ridotta ricerca. Il parere di diversi scienziati su soluzioni condivise o complementari si sta imponendo. Ancora in parole povere: l’idea di un telescopio da una parte e della ricerca dall’altra, collegati in remoto, sembra ormai entrato nella visione comune.
La dichiarazione d’intenti firmata tra Sardegna e Sassonia per una collaborazione scientifica – aperta a considerare la doppia L dell’impianto suddivisa tra le due località – va in questa direzione, ma va letta e valutata con attenzione e realismo, senza toni trionfalistici.
Il nostro bassissimo rumore sismico, la qualità della nostra roccia, la limitata presenza d’acqua e la ridotta densità abitativa – elementi critici per gli obiettivi di captazione delle onde – si scontrano con l’insufficiente affidabilità del “sistema Sardegna” nel suo complesso, e con il rarefatto, se non inesistente, tessuto di ricerca alle spalle.
Lasciando ai politici attuali l’ipotesi di dare casa all’intero progetto, di nutrire migliaia di famiglie di scienziati e di lanciare giovani sardi sui palcoscenici scientifici internazionali, la realtà che si sta configurando è una soluzione dove anche le due L del telescopio saranno probabilmente allocate in due siti diversi – per motivi politici e/o di suddivisione del rischio.
Che cosa rimarrà in Sardegna – senza capacità tecniche realizzative e senza diffuse eccellenze scientifiche – potrebbe ancora essere rilevante a fronte della presente situazione di drammatico degrado, e potrebbe comunque svolgere un effetto-leva di rilancio per l’economia sarda. Ma questo futuro richiede oggi un totale cambio di passo, di grinta e di efficacia, e una capacità di visione che non si avvertono né vicini né lontani.
Mentre si stanno preparando i dossier di candidatura e sono in corso, proprio oggi, gli studi di fattibilità – il 2026 sarà decisivo –, le dichiarazioni che si raccolgono in casa seguono purtroppo cliché deludenti: “Accordo importante,” “Fondamentale avviare un percorso di pianificazione,” “Opportunità di crescita strutturale”, “Tutto quello che serve si farà,” “È necessaria la formazione dei giovani,” eccetera eccetera eccetera. È vero invece che il tempo passa veloce e, come dice Confindustria, “Non ci sono novità significative sul fronte delle azioni di contesto, delle infrastrutture e dei servizi che sono indispensabili per un progetto come l’ET.”
Ancora una volta, ci beiamo dei doni datici da Dio e ci accontentiamo di chiacchiere, incapaci di capire cosa bolle in pentola fuori dei nostri confini, di competere con i migliori, di realizzare un futuro che cambi le cose nella nostra povera Sardegna. I nostri giovani faranno i manutentori degli impianti, i guardiani notturni, i corrieri, i camerieri delle trattorie e forse – leggo in cronaca – apriranno altre edicole di ritorno. Sempre con l’augurio di essere smentito.
Ciriaco Offeddu