Cercando la via d’uscita
Di Alessandro AresuSpesso le trattative diplomatiche durano molti mesi, come è avvenuto per l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano. In altri casi, come in queste settimane, i negoziati avvengono in tempi più ristretti, ma con un rischio di stallo.
Il conflitto militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran ha preso ormai la forma di una guerra di attrito, che per ora ha intrappolato gli Stati Uniti in una situazione dove è difficile prevalere senza contraccolpi.
Come è stato spesso ricordato, il dominio israeliano e statunitense dell’arena militare convenzionale non ha generato un collasso dell’Iran, ma ha portato il regime, colpito da una minaccia esistenziale, a usare il suo principale potere di detonazione verso l’economia mondiale: lo Stretto di Hormuz. I blocchi e contro-blocchi dello Stretto hanno portato da settimane una nebbia di incertezza sull’economia mondiale, con effetti limitati sui mercati finanziari ma già consistenti dal punto di vista economico-sociale.
In una sorta di “trappola di Hormuz”, gli Stati Uniti di Trump sono divenuti meno capaci di aggregare consenso internazionale, infilandosi anche nella polemica contro il Papa. Trump ha continuato ad attaccare i suoi alleati, accusandoli di codardia e definendo il rifiuto di collaborare a livello militare sullo Stretto di Hormuz una macchia che non scomparirà mai. Il presidente ha definito più volte la Nato una “tigre di carta”, citando un’espressione che Mao Zedong rivolgeva contro gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda il ruolo della Cina in questo scenario, è vero che sull’energia è vulnerabile, ma meno di alleati di Washington come la Corea del Sud e il Giappone. Inoltre, in quanto principale partner del Pakistan, la Cina ha senz’altro conoscenza dei dettagli delle trattative di Islamabad, mentre la Russia ha tratto vantaggio dall’aumento del prezzo del petrolio.
Soprattutto, in questo stallo le minacce di Trump sono ormai così frequenti da risultare sempre meno credibili, nonostante l’eccezionale capacità della forza militare e della tecnologia di Washington.
Nello stallo iraniano, resta poi la divergenza di fondo negli obiettivi tra gli Stati Uniti e Israele, che vuole la distruzione assoluta della capacità offensiva iraniana. Le forze israeliane hanno intensificato le loro operazioni militari contro Hezbollah nel Sud del Libano. Un accordo parziale siglato da Trump con l’Iran senza l’eliminazione dei missili iraniani e delle reti iraniane all’estero verrebbe letto come un tradimento da Netanyahu, che si opporrà in ogni modo, per far saltare il tavolo.
Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non possono permettersi un ritiro totale. Trump non può concedere che l’Iran venga proclamato come vincitore della guerra, come sembra oggi rispetto alle aspettative iniziali. Dall’altra parte, un’escalation richiederebbe un dispendio di forze sul terreno che l’opinione pubblica americana non vuole.
E continua a esserci uno stallo anche perché per l’Iran l’uso di droni, mine e sciami di piccole imbarcazioni non ha un costo elevato, e permette di mantenere sotto pressione le acque dello Stretto, in uno stato di continua vulnerabilità.
Un ultimo livello della trappola in cui si trovano gli Stati Uniti è quello finanziario ed economico. La guerra sta drenando risorse ingenti, e per questo è stata inviata al Congresso una richiesta di stanziamento di emergenza. Le nuove spese si inseriscono in una situazione già delicata: il deficit del 2026 si attesterà su un dato record e superiore alle aspettative, anche per via del rimborso dei dazi sancito dalla sentenza della Corte Suprema.
I costi della guerra per i cittadini americani sono un tema reale, come dimostrato da una dichiarazione del Segretario dell’Energia, costretto ad ammettere pubblicamente che l’aumento dei prezzi sarà un problema di medio termine, quindi in grado di incidere sulle elezioni di metà mandato.
In questo scenario, sia gli Stati Uniti che l’Iran sono spinti a lavorare per una specie di accordo, che grazie a una buona dose di ipocrisia possa salvare la faccia e soprattutto evitare una recessione globale. Si tratta però, come abbiamo visto, di un percorso a ostacoli e disseminato di imprevisti: come la difficile navigazione dello Stretto di Hormuz da cui continuano a dipendere le rotte energetiche globali.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes