Brasile, vince Lula e perde Trump
Di Alessandro AresuLuiz Inácio Lula da Silva è un politico molto esperto. Basti ricordare che ha 81 anni e si è candidato per la prima volta alla presidenza del Brasile nel lontano 1989. Con la sua ultima vittoria, è divenuto il primo candidato della storia del Brasile a ribaltare al ballottaggio il risultato del primo turno, nonché il primo ad essere eletto presidente per un quarto mandato. Il primo turno aveva mostrato una notevole insoddisfazione con l’agenda economica brasiliana degli ultimi anni e una forte polarizzazione.
Una contrapposizione tra il Brasile rappresentato da Lula e il blocco della famiglia Bolsonaro, che peraltro non ha riconosciuto la legittimità del risultato del ballottaggio.
L’affermazione di Lula non va letta solo attraverso le lenti della politica interna brasiliana, pur importante per i conflitti che hanno portato alla condanna dell’ex presidente Jair Bolsonaro per tentato colpo di Stato.
Il Paese più vasto e popoloso del Sudamerica ha un significato più ampio, che coinvolge anche e soprattutto l’agenda di Donald Trump. È utile ricordare, su questo tema, che la Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel 2025 aveva introdotto il “corollario Trump” alla dottrina Monroe. Si tratta dell’esigenza di ristabilire l’egemonia statunitense sul cosiddetto “emisfero occidentale”, di cui nella visione dell’amministrazione Trump fa parte anche la Groenlandia. Mentre sono aumentate le tensioni con un alleato storico come il Canada, la forte influenza degli Stati Uniti nelle Americhe ha trovato vari interlocutori, dall’Argentina di Milei fino al Cile e alla Colombia, dando l’impressione di un’ondata conservatrice, o comunque allineata a Trump. Questo schema è stato ovviamente rafforzato dalla rimozione di Maduro in Venezuela.
La strategia di Trump era giustificata dalla volontà di ridurre l’influenza cinese, visto che Pechino è già il principale partner commerciale della maggior parte dei Paesi del Sud America.
Il Brasile, per via della presenza di Lula, era il principale tassello mancante del disegno panamericano di Trump, oltre al Messico. In questi casi le leadership politiche sono importanti, e non si può certo sostenere che Lula sia identico ai Bolsonaro, in termini di politica sociale e di allineamento agli Stati Uniti di Trump. Perciò, Trump esce sconfitto.
Ciò non significa che il Brasile vada considerato semplicemente nell’altro campo, quello della Cina. Pechino è un partner economico e commerciale fondamentale per il Brasile ma alcuni casi, come quello delle auto elettriche, hanno mostrato una volontà brasiliana di trattare con la Cina anche attraverso l’arma dei dazi, per non rendere troppo facile l’accesso al proprio mercato. In ogni caso, gli interessi economici, tra cui soia, minerali e carne, legano e legheranno il Brasile alla Cina, e più in generale alla domanda asiatica.
Lula dovrà continuare ad affrontare un Paese diviso, con un Congresso in cui non ha la maggioranza, con un debito pubblico in aumento e tassi di interesse elevati. Elementi che rendono vulnerabile il Brasile, in una situazione finanziaria internazionale che sarà più difficile del recente passato.
L’anziano presidente, reduce da un’importante vittoria, cercherà con ogni probabilità di giocare su più tavoli, adoperandosi per gestire la tensione con Washington e mantenere buoni rapporti con Pechino, con gli altri Paesi del “Sud Globale” e con gli europei.
Alessandro Aresu
Consigliere scientifico di Limes