Degli undici feriti di Crans-Montana ricoverati all'Ospedale Niguarda di Milano, cinque sono al Centro grandi ustioni e sei in Terapia intensiva, tre dei quali in condizioni "particolarmente critiche". Lo afferma Giampaolo Casella, direttore Anestesia e Rianimazione del Niguarda, secondo il quale «nelle prossime settimane avremo una vera e propria battaglia per questi pazienti», la cui «situazione clinica è estremamente seria».

Le ustioni, aggiunge il dottor Casella, «sono molto estese» e «tutti purtroppo hanno anche un danno da inalazione di fumi velenosi. Avremo complicanze attese», sottolinea prevedendo ulteriori interventi chirurgici. «Ne abbiamo già fatti tanti - osserva - ne abbiamo operati sei immediatamente, due dopo e due sono attualmente in sala operatoria».

Sono in totale 116 i feriti, tutti identificati, 83 ancora in ospedale: 14 gli italiani (3 sono ricoverati a Zurigo), 68 gli svizzeri, i più numerosi seguiti dai francesi (21).

La priorità ora al Niguarda è salvare la vita ai sei giovani in terapia intensiva, cercando di ridurre la superficie del corpo ustionata per stabilizzare le loro condizioni ed evitare il rischio di uno scompenso generale. Ma contemporaneamente per loro si apre un lungo percorso di cure per le gravi ustioni.

LE TRE TECNICHE

Sono in particolare tre le strade possibili su cui si dovrebbe basare il percorso di guarigione: espansione cutanea, chirurgia rigenerativa e trapianto di pelle. A descrivere le tecniche a disposizione dei medici per curare le ustioni più gravi è Alessio Caggiati, già primario Chirurgia plastica Idi Irccs e docente alla Scuola di specializzazione in Chirurgia Plastica dell'Università Cattolica di Roma.

«Se per chi è in pericolo di vita la priorità sono le cure di terapia intensiva - sottolinea - per gli altri, ovviamente, le terapie dipendono dal grado delle ustioni. Se quelle di primo grado o di secondo superficiali - peraltro più dolorose di quelle profonde che danneggiano le terminazioni nervose - guariscono facilmente, per quelle di secondo grado profonde e di terzo e quarto grado, la situazione è complessa».

Una prima strada per trattarle è la cosiddetta espansione cutanea, un intervento necessario per contrastare la riduzione della mobilità degli arti e delle dita conseguenti alle ustioni. «Consiste - spiega Caggiati - nell'inserire palloncini di silicone sotto la pelle sana, accanto alle zone ustionate, con la pelle prodotta in più che viene utilizzata per sostituire quella danneggiata».

C'è poi la chirurgia rigenerativa, «che si basa sul prelievo di cellule staminali dal tessuto adiposo del paziente, che vengono trapiantate sul tessuto cicatriziale per riconferirgli elasticità. Questa tecnica, anche per il suo rapporto favorevole tra costi e benefici, si sta diffondendo sempre di più. Nei casi più drammatici - aggiunge - può essere utile anche l'impiego di guaine che comprimono la pelle per restituire elasticità». 

La terza strada è il tradizionale trapianto di pelle dallo stesso paziente: «Nel caso dei pazienti in terapia intensiva - continua Caggiati - si utilizza il trapianto di pelle artificiale o da cadavere, per ridurre temporaneamente la superficie ustionata: nel frattempo, quando il paziente sarà stabilizzato, si può valutare con calma il trapianto di pelle dal paziente stesso».

(Unioneonline)

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