La sentenza l’ha scritta l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale: la Sardegna è nel gruppo delle regioni italiane dove maggiore è la percentuale di suolo consumato dagli impianti fotovoltaici. Pannelli che strappano, letteralmente, spazio e linfa alle zone rurali. Con un paradosso: l’Ispra è un ente pubblico controllato dal Mase, il ministero dell’Ambiente che rilascia le autorizzazioni da cui dipende il disastro messo nero su bianco.

Il documento

È un Rapporto da 557 pagine, l’edizione 2026 appena pubblicata, quella che svela la condanna a cui l’Isola è costretta da una speculazione energetica camuffata da transizione, a ben vedere. La prima tabella di riferimento, la numero 19, è a pagina 64: nel 2025 la Sardegna ha consumato 445 ettari di suolo, «naturale, agricolo o seminaturale», da intendere come «risorsa essenziale e fondamentalmente non rinnovabile, vitale per il nostro ambiente, il nostro benessere e la nostra stessa economia». Alla stesura hanno collaborato tutte le Arpa regionali, le Agenzie territoriali che insieme all’Istituto formano il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (Snpa).

Il dettaglio

Di quei 445 ettari, 136 sono andati perduti perché occupati da pannelli solari, si ricava dal Rapporto. Corrispondono a 190 campi da calcio. L’incremento del suolo consumato rispetto al 2024 è stato dello 0,54%, sopra la media nazionale ferma invece allo 0,48%. Non solo: anche sui 136 ettari l’Isola supera il dato italiano, visto che quella porzione di risorsa ambientale destinata al fotovoltaico equivale al 30,6% della superficie totale consumata un anno fa. È un terzo. 

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