Sardegna nella morsa della povertàUna famiglia su dieci limita le spese
La fame è ancora una piaga da debellare in Sardegna. Il 10,8% delle famiglie, spiega il rapporto annuale del Censis, vive «in condizione di povertà alimentare». L'indice - che calcola le difficoltà delle persone a sostenere le spese per il proprio sostentamento - pone l'Isola in vetta alla classifica nazionale. E conferma la doppia velocità fra Nord e Sud del Paese.Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
LA CLASSIFICA In Italia ci sono un milione e 50 mila famiglie in crisi (pari al 4,4% del totale). Il divario territoriale è enorme, con regioni come Veneto (2,3%), Toscana (2,4%), Lazio (2,7%) e Trentino Alto Adige (2,9%), che hanno quote di famiglie in condizione di povertà alimentare sotto il 3%, e altre come la Calabria (6,2%), la Basilicata (9,1%) e le due isole (Sicilia 9,2%, Sardegna 10,8%) che, invece, presentano valori nettamente più elevati. La soglia di povertà alimentare per una famiglia di due persone è mediamente di 222 euro mensili a livello nazionale, ma oscilla tra i 233-252 euro nelle regioni settentrionali e i 196-207 euro nel Mezzogiorno, a parità di prodotti consumati.
LE PROVINCE Il Censis non ha osservato soltanto l'andamento della povertà alimentare in Italia. L'altro tassello del puzzle è il disagio sociale. Anche in questo caso si riscontra un divario tra le province del Centro-Nord e quelle del Sud: differenze marcate e relative a tutte le dimensioni del disagio, da quelle private (reddito e consumi) a quelle di natura collettiva, come le infrastrutture. «I contesti provinciali più problematici sono Palermo, Agrigento, Matera, Lecce, Caserta, Crotone, Vibo Valentia e Caltanissetta, mentre Trieste, Aosta, Belluno e Siena sono le province con il livello di disagio sociale più basso», rileva Francesco Maietta, ricercatore del Censis. La posizione della Sardegna, rispetto alla graduatoria della povertà alimentare, non è tra le peggiori. Fra le 30 province più disagiate d'Italia, Sassari si colloca al decimo posto, seguita da Nuoro, all'undicesimo, da Cagliari al quindicesimo e da Oristano al ventottesimo.
LA CRISI «L'indicatore del disagio sociale», commenta Maietta, «è costruito mettendo in relazione diversi parametri: la disoccupazione, i fallimenti, le sofferenze bancarie, i consumi, le pensioni, la criminalità e la dispersione scolastica. Il fatto che le province sarde siano distanti dalla vetta di questa speciale classifica è un buon segno», aggiunge il ricercatore. «La Sardegna è messa meglio rispetto ad altre regioni del Sud, come la Sicilia. Ciò deve valere da stimolo per recuperare sul fronte della povertà alimentare: un fenomeno che - evidentemente - nasconde sacche di malessere ancora da sanare». Per non parlare poi della piaga-lavoro.
L'OCCUPAZIONE La recessione, in Italia, è costata più di 760 mila posti di lavoro in un anno e ha messo a dura prova la resistenza delle famiglie. Se nella tempesta economico-finanziaria, per il 70% dei nuclei familiari il reddito mensile è risultato sufficiente a coprire le spese, quasi un terzo si è trovato in difficoltà e per arrivare a fine mese si è dovuto ingegnare ricorrendo ai risparmi accumulati nel tempo, dilazionando i pagamenti o chiedendo un prestito. Anche il fisco è un campanello d'allarme: un contribuente su due dichiara redditi che non vanno oltre i 15 mila euro e solo per il 2,2% superano i 70 mila euro. In Sardegna, il 29% delle famiglie dichiara fino a 7.500 euro all'anno (24,8% la media nazionale), mentre appena l'1,4% va oltre i 70 mila euro.
LE SPESE Ma c'è di più. Il 28,5% delle famiglie ha avuto difficoltà a coprire le spese mensili con il proprio reddito e ha dovuto attingere a fonti alternative. Il 41% è ricorso ai risparmi messi da parte nel passato: in oltre un quarto dei casi (25,4%), uno o più membri ha svolto lavori saltuari. Il 22,2% ha utilizzato la carte di credito per rinviare al mese successivo i pagamenti. C'è anche un 10,5% che si è fatto prestare soldi da parenti o amici, mentre l'8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha acquistato da commercianti che fanno credito. Da qui il cambio delle abitudini: il 40% delle famiglie ha contenuto gli sprechi, un altro 39,7% ha legato gli acquisti ai prezzi più convenienti e c'è pure il 15,6% che ha ridotto gli alimenti consumati, assieme a chi si è accontentato (il 12,7%) di prodotti di qualità inferiore. Tanto che, se il 65% dice di acquistare prodotti di marca, il 18,6% fa regolarmente ricorso a prodotti low cost.
LANFRANCO OLIVIERI