Scappa dalla Nigeria, oggi Emmanuel segna con la maglia del Silì
Poco più che maggiorenne saluta la sua famiglia e mette insieme 1.500 dollari per tentare la traversata verso l’EuropaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
In campo non si tira mai indietro. Pressa, rincorre, va su ogni pallone come se fosse decisivo. Emmanuel è così. Ma quella grinta non nasce solo dal carattere: nasce da una storia che pesa e che spinge. Perché prima di essere un attaccante che lotta fino al novantesimo, Emanuel ha dovuto lottare per restare vivo.
Oggi ha trent’anni, un lavoro stabile come operatore socio sanitario, una famiglia, una maglia da titolare con il Silì Calcio e un paese che lo chiama per nome. Dieci anni fa, invece, aveva davanti una scelta secca: partire. Non per inseguire un sogno, ma per sopravvivere. Nasce in Nigeria, in una terra segnata da un conflitto che non lascia alternative. Poco più che maggiorenne saluta la sua famiglia e mette insieme 1.500 dollari per tentare la traversata verso l’Europa. È convinto che il mare sia l’ostacolo peggiore. Scoprirà che non è così.
Per arrivare a Tripoli impiega cinque mesi. Attraversa Nigeria e Niger su furgoni malridotti, stipato con altri ragazzi, viaggiando di notte, mangiando poco, bevendo ancora meno. Poi la Libia, dove il tempo si ferma. Ci resta quasi un anno. «È stato il periodo più duro». Viene rapinato, perde telefono e soldi, viene rinchiuso con un amico in una stanza senza sapere se e quando ne sarebbe uscito. Scappano passando da un lucernario. «Non avevamo un piano. Avevamo solo paura».
Qualcuno li aiuta, offre cibo, indica una strada. Emanuel riesce a rintracciare lo scafista e viene portato in un casolare a due piani. Dentro ci sono quasi duecento persone: uomini al piano terra, donne sopra, tutti in attesa del mare giusto. Un’attesa irreale. Finché un giorno il proprietario irrompe urlando: bisogna scappare subito. Fuggono. Pochi istanti dopo una bomba rade al suolo l’edificio. «Se fossimo rimasti lì, non saremmo qui a raccontarlo».
Il mare non è più gentile della terra. Cento persone su un gommone, il buio, le onde alte. «Ho recitato una preghiera che credevo fosse l’ultima». Poi le luci di una nave, l’avvistamento, il salvataggio. Dopo due notti compare la costa sarda. Sbarca a Cagliari e sceglie Oristano seguendo alcuni conoscenti. A Cabras comincia la seconda vita: studia italiano, prende la licenza media, lavora dove capita, nei campi, nelle risaie, in una carrozzeria.
Ed è lì che incontra quella che lui chiama il suo “angelo”: una mediatrice culturale che lo aiuta, lo accompagna, lo ascolta. Con il tempo diventa amore. Il calcio torna a essere un punto fermo: Cabras, Santa Giusta, poi Arbus, fino all’Eccellenza. Intanto studia ancora, prende la qualifica da operatore socio sanitario. «Mi piace prendermi cura delle persone. È il mio modo di restituire quello che ho ricevuto».
Nel 2020 nasce Futura, «come la canzone di Lucio Dalla». Nel 2022 arriva Samuel, che porta il nome di un fratellino che non c’è più. Sei anni fa il trasferimento a Silì. «È casa mia». Oggi Emanuel segna gol con la maglia biancoceleste, l’ultimo sabato scorso, l’ottavo della stagione. Nel cuore convivono due bandiere, senza conflitto. E quando guarda indietro non cerca pietà né retorica: «È una storia brutta, ma bella. Perché mi ha portato fin qui. Se sapessi di arrivare alla famiglia che ho oggi, rifarei tutto da capo».
