La vicenda della vendita dei terreni nella zona industriale  torna prepotentemente al centro del dibattito politico. Il tema è stato rilanciato in  un documento pubblico  firmato dal  gruppo consiliare “Futura” guidato da Daniela Meloni, che contesta la ricostruzione fornita dal sindaco Matteo Manca.  La questione ruota attorno alla gestione del disavanzo 2020, alla complessa vertenza di Sa Tuva e alle scelte compiute dall’amministrazione per far fronte alle difficoltà finanziarie dell’ente.

Due letture opposte, che oggi tornano a confrontarsi. Secondo il sindaco, la vendita dei terreni fu una decisione obbligata, dettata dalla situazione di bilancio e dalle prescrizioni normative. Per la minoranza, invece, quella scelta non era necessaria: il Comune avrebbe già avuto le risorse per affrontare la crisi, senza rinunciare alla proprietà dei terreni. Una divergenza, alimentata anche da richiami alla Corte dei Conti, che ha chiesto chiarimenti sull’utilizzo del contributo regionale destinato al risanamento.

Il primo cittadino ha sempre rivendicato  la correttezza dell’operazione.  «A causa della difficile situazione di disavanzo del Comune, dovuta alla causa di Sa Tuva – spiega Manca - si è reso necessario, come previsto dalla legge, mettere in vendita i terreni della zona industriale. Alcuni lotti sono stati acquistati da una società intenzionata a realizzare un impianto fotovoltaico a terra». Negli anni successivi, l’amministrazione ha  verificato  se l’intervento potesse trasformarsi in un’opportunità. «La legge prevede che, oltre al valore del terreno acquistato, in caso di realizzazione di un impianto fotovoltaico siano riconosciute al Comune opere compensative pari al 3% dell’investimento. Abbiamo avviato un confronto con la società ottenendo un accordo importante: a proprie spese realizzerà il ripristino della piscina comunale, il rifacimento del campo di calcio a sette e il recupero della piantumazione del parco sportivo».

Il gruppo Futura evidenzia invece  perché  non era necessario vendere.  «Il disavanzo del 2020 – si legge nel documento -  non nasce dalla vicenda di sa tuva, ma da anni di crediti non riscossi. Nel 2020 il Comune ha dovuto cancellare 754mila euro  di crediti inesigibili, generando un disavanzo di 613mila euro. Il debito di sa tuva è stato riconosciuto solo nell’agosto 2022 e dunque non  può esserne la causa. Lo conferma anche la Corte dei Conti, che parla di “evidenti difficoltà dell’Ente nella gestione della riscossione delle entrate". Il valore del terreno – conclude la minoranza-  era sottostimato rispetto all’interesse del mercato fotovoltaico. Una stima indica in 7,6 milioni di euro il valore dell’impianto realizzabile sul terreno ceduto per 971mila euro».

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