Oristano, cassa integrazione da recordLa disoccupazione ora è al 18 per cento
Milleottocento lavoratori in cassa integrazione: spaventoso. Il 70 per cento in città e hinterland. Famiglie che vivono con l'80 per cento del salario, neppure 900 euro al mese. Disperatamente dentro la soglia della povertà che per parecchi presuppone già la visita alla Caritas per un chilo di pasta, 200 euro per la bolletta e qualche pezzo d'abbigliamentoGli ammortizzatori sociali in una città e in territorio che campa per buona parte dai servizi, se fino a qualche anno fa era qualcosa di sentito dire adesso stanno diventando una durissima realtà per i lavoratori ed evidenziano che le industrie (poche) nate fra Consorzio industriale di Oristano e Carlo Felice sono in forte sofferenza.
I DATI A fine 2009 (quelli al 30 aprile non saranno migliori) dicono che 22 imprese hanno chiesto e ottenuto la cassa integrazione in deroga o mobilità per un totale di 1.800 lavoratori. Significa il 13 per cento della percentuale regionale, più tre punti rispetto alla segnalazione precedente a conferma della crisi che sta imperversando come non mai. «Va sottolineato - osserva Giovanni Matta, della segreteria regionale Cisl con deroga all'industria - che la crisi aveva già falcidiato l'industria oristanese quando non si attingeva alla cassa integrazione». Situazione più pesante, dunque. «Ancora di più se si considera che Oristano quanto a numero di addetti al netto dell'edilizia nel sistema regionale rappresenta il 7 per cento. Un numero decisamente basso rispetto a quello altissimo della cassa integrazione».
I conti non tornano, il milione e mezzo di euro transitati come integrazione di stipendi a fortissimo rischio di perdita definitiva sono pannicelli tiepidi per un territorio che soffre di una gravissima malattia: mancanza di lavoro. La disoccupazione ha raggiunto quota 18 per cento, «il 3 in più della media regionale», conferma ancora Matta.
IL PANORAMA Prospettive? Non buone. Nel primo trimestre di quest'anno il saldo fra imprese che hanno chiesto la cancellazione alla Camera di commercio (praticamente morte, quindi) e iscrizione è negativo di 10 unità e di 31 per le artigiane. In calo anche il numero complessivo, in tre mesi, da gennaio a marzo 2009, sono passate da 15.178 a 15.080. Soffrono terribilmente le industrie manifatturiere scese a 1.200 e il commercio che passa a 3.600. L'agricoltura si conferma leader aziendale con 5 mila società, le costruzioni scendono sotto le 2 mila e la ristorazione non sfonda le 900. Non è messo meglio l'artigianato che in un anno ha lasciato sul campo 31 aziende ma - dato ancora più grave - in tre mesi il saldo iscrizione-cessazione segna un meno di ben 100 unità. Un panorama davvero sconsolante e quel che si profila «non è da meno, troppi ritardi, troppe distrazioni, una classe politica ferma», sottolinea Antonio Patta, segretario Cisl.
ANTONIO MASALA