Monte Limbara devastato con ruspe e pannelli
Nessuno interviene per fermare lo scempio: centinaia di ettari già spianati sulle pendici delle vette galluresiPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
L’eco di quelle maledette perforatrici terrestri rimbalza come una pallina da flipper segregata in una cassa acustica naturale di sughero e granito. Il silenzio sul grande monte, nella Gallura più alta e profonda, è segretamente dilaniato da un incedere occulto e anonimo, con forestieri giunti in terra sarda per depredare il “genio naturale” di questo proscenio esclusivo.
L’epitaffio di Monte Pinu
La strada maestra per scalare l’entroterra, quella di Monte Pinu, è, dopo 11 anni, un epitaffio perenne, una croce indelebile di quella funesta alluvione che segnò per sempre valli e montagne di questo lembo di Sardegna. Per ricostruire quell’anello di congiunzione tra le cime e le spiagge non è bastato un decennio, la tracotanza di insulsi governanti l’ha trasformata in un monumentale simbolo di incapacità e negligenza. Per scalare la vetta più alta devi affidarti alle vie traverse fattesi negli anni arterie primarie, segnate da tornanti intrisi di lentischio, corbezzoli e querce. Le voci che giungono in Campidano appaiono surreali, sino a quando non decidi di varcare i paesi di granito nella Gallura più forte e autentica. Che la storia in Sardegna abbia “abituato” molti alla depredazione straniera è un’amara constatazione che non ossigena la speranza, quando, però, percorri l’asse tra Tempio e Calangianus comprendi che quell’abitudine si è fatta molesta omertà. Qui, in una terra che si immagina eternamente illibata, per mille ragioni non profanabile, ti rendi conto, invece, che l’assalto è capillare, devastante, perseguito con vile spregio di un patrimonio naturale che soccombe nel silenzio degli affari, della speculazione, del nefasto mercimonio della vita futura dei figli di Gallura.
La via dello sfregio
Quando gli occhi si proiettano sui lati della strada, sin dall’ingresso di Tempio, la capitale del Limbara, hai la prova provata di possenti bulldozer che spianano a spron battuto decine di ettari di terra lungo la via d’accesso. Solo allora capisci che quel vociare giunto sino al cospetto del “Capo di Sotto” era molto più di un sussurro di verità. I binari stanchi del trenino verde, che da tempo ansima su queste pendici, sono il crocevia del grande sfregio che nel silenzio di istituzioni e non solo si sta consumando nell’antica terra di granito e sughero. Il reticolato plastificato, arancione e perforato, è solo minimamente mitigato da quel verde possente che circonda Tanca di Li Frati, verso Calangianus. Quando posizioni l’auto davanti alla ridente sorgente d’acqua granitica che costeggia la strada hai la percezione che là sopra, in cima a quella montagna, sulla punta estrema del Limbara, ancora aleggi l’occupazione militare americana che alla fine degli anni sessanta conficcò sul granito vivo la più grande base radio della United States Air Force, l’aeronautica militare statunitense. L’asse delle pendici è quello con Punta Balistreri, 1.359 metri di granito verticale, speroni grigi, circondati da cromatismi verdi che nessun pantone potrebbe riprodurre. Basta oltrepassare quella fascia di alberi intonsi per accorgersi che mezzi meccanici di ogni genere lavorano indefessi su tutto il fronte delle pendici del Limbara per scardinare ogni residuo vegetale rimasto attaccato alle radici di quella terra. Cantieri infiniti, un’occupazione “militare” di un pezzo di Sardegna destinato ad essere divelto impunemente senza ostacoli, con tanto di autorizzazioni rilasciate da dirigenti senza nome, con cartelli pasticciati e posticci, nascosti tra recinzioni destinate a vietare per sempre quegli spazi. Poco importa se siamo alle pendici del Limbara. Poco ha insegnato la storia idrogeologica di questo paradiso, delle case e dei ponti costruiti su corsi d’acqua minuti capaci di trasformarsi in un attimo in valanghe liquide e limacciose. Eppure qui è stato autorizzato di tutto, a due passi da un reticolato possente di fiumi e corsi d’acqua, con procedure racchiuse in uffici sensibili alla fretta di chi deve incassare milioni di incentivi pubblici. Le “perforatrici” di cantiere stanno trasformando a ritmo incensante quelle colline e quei compluvi idrografici a ridosso del Limbara in camposanti infiniti di croci, distese senza tregua, pronte a supportare cavi elettrici e una valanga di pannelli “Made in China”. Hanno fretta i signori del fotovoltaico ad ogni costo e ovunque. I cantieri, tutti in questo enclave granitico, sono già pieni di pacchi cinesi appena giunti in terra di Gallura per essere piazzati al posto di ginepri e corbezzoli, querce e lentischi. Non si contano i cantieri. Impossibile la contabilità dei pannelli. Di certo i nomi delle società che stanno sventrando le pendici del monte di granito non depongono per la pace, ripercorrendo mitologia e non solo. Società e misteri, come spesso capita nei meandri di questi affari consumati in terra sarda da illustri sconosciuti, stranieri in missione, incastri societari degni di una spy story da intrigo internazionale. Certo non è facile ricostruire lo sbarco sul Limbara di «Spartacus srl», una compagine societaria dichiarata “inattiva”, nonostante i cantieri aperti, che risulta in capo nientemeno che ad una multinazionale israeliana, con nomi e cognomi schiaffati su documenti e atti notarili in nostro possesso da cui si evincono due amministratori Noyman Jacob Yaki e Aki Davidovitz Doron, con un socio unico, Doral Europe Renewable Energy Limited Partnership, con appena diecimila euro versati, come si conviene a questo genere di affari.
Gli israeliani di “Spartacus”
Peccato che questi signori rappresentino il Doral Group, il principale sviluppatore e costruttore di sistemi di energia solare e di accumulo di energia in Israele. Un’operazione titanica, nascosta ai più, compiuta nel pieno di un conflitto bellico che non distoglie, però, l’attenzione israeliana dall’occupazione “solar-militare” di un angolo di Sardegna che si pensava intoccabile. È la prima volta che nell’Isola compare un “investitore” di questo rilievo giunto sin qui dal Medio Oriente, come se in quei deserti non ci fosse spazio e sole a sufficienza. Come sia arrivato in questo proscenio in molti lo ignorano, altri lo sussurrano.
Titano & il filo rosso
Di certo c’è un filo rosso con “Titano Capital srl”, l’altra società che sta smantellando le pendici del Limbara per far posto a un diluvio di pannelli fotovoltaici. Il progettista per tutti gli impianti su questo fronte è sempre Nicola Curreli, ma anche l’impresa che sta realizzando sbancamenti, perforazioni e installazioni accomuna l’invasione di quelle terre. Si tratta della Comal spa, la società che si dichiara specializzata nella progettazione e installazione di impianti fotovoltaici di grande potenza. Nelle strade della Gallura sono arrivati direttamente da Montalto di Castro, la città viterbese che ospita la grande centrale nucleare costruita, ma mai entrata in funzione. A differenza di “Spartacus srl”, “Titano Capital srl” sembra avere radici solide in terra di Gallura, con contratti di diritto di superficie per la durata di anni 30 in località Venalonga e diritto di piena proprietà per quelli di Tanca Di Li Frati. A stupire, anche in questo per la prima volta, la società è più “povera” delle altre: dagli atti societari risulta che il socio unico, con sede a Verucchio, nella provincia di Rimini, ha versato un capitale sociale di 900 euro. Dietro l’operazione c’è un contratto di «costituzione di pegno su quote stipulato tra la società "Alpicapital S.p.A." e la "Bper Banca S.p.a."». Insomma, alle pendici del Limbara è l’ora degli israeliani, delle banche e della devastazione. La moratoria che doveva bloccare tutto qui non è mai pervenuta. Nessuno si è mai presentato per bloccare gli “spianatori” solari nella terra del granito e del sughero.