Dopo la maxi inchiesta della Procura della Repubblica di Oristano culminata nell'autunno scorso con l'arresto dell'imprenditore Sergio Casella e l'iscrizione nel registro degli indagati dei suoi collaboratori Celso Torri e Domenico Falchi, adesso sono arrivate le richeste di rinvio a giudizio.

L'udienza davanti al Gup è fissata per il prossimo 24 settembre. L'INCHIESTA - Le indagini, seguite dal procuratore Andrea Padalino Morichini e affidate alla sezione di polizia giudiziaria della Guardia di finanza, erano partite più di un anno fa. I reati contestati dalla Procura sono bancarotta fraudolenta ed evasione fiscale, con una serie di fatturazioni legate a operazioni economiche fasulle.

Secondo quanto emerso dalle indagini, il patron della Queen (64 anni, originario del Mantovano) dopo il fallimento dell'azienda aveva in mente un piano per continuare le sue attività senza farsi da parte.

Per la Procura di Oristano sarebbe stato pronto a far ripartire l'attività sotto le insegne di un'altra società, utilizzando lo stesso sistema messo in pratica in questi anni per evadere il fisco con l'emissione di fatture per operazioni fittizie. Il suo piano però era stato bloccato sul nascere dall'inchiesta delle Fiamme gialle.

LA DITTA - Con la casa madre in Lombardia, la Real, e la Queen di Macomer, in attività dal 1996, il gruppo di Casella fatturava circa 145 miliardi di lire all’anno. Erano i tempi d’oro, fine anni Novanta quando le linee di calze e collant Mi Piaci, Azira e Glizy conquistavano i mercati (circa il 30 per cento della produzione mondiale), negli stabilimenti venivano realizzati anche capi per marchi come Intimissimi e Tezenis.

Poi la crisi, la fine dei finanziamenti regionali e la decisione di trasferire gran parte della produzione in Serbia. Tentativo non certamente feice visti i risultati: nel 2012 è stato dichiarato il fallimento della Queen, ma la parabola discendente è iniziata nel 2008 con la chiusura della fabbrica e i lavoratori in cassa integrazione.

Valeria Pinna
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