«L’accabadora è esistita davvero»: parola di medico
Saggi, romanzi, film e opere liriche testimoniano le vicende delle donne che davano “la dolce morte” ai malati terminaliPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Tutto è cominciato con la confidenza fatta da un paziente, in un ambulatorio di Senorbì: «Dottore, ho trovato un martello appartenuto a un’accabadora. Se le interessa, glielo regalo». Detto fatto, il “reperto” passò di mano in mano, e poi per una serie di circostanze, restò chiuso in un cassetto per anni. Un giorno saltò fuori, il dottore lo guardò bene e si accorse che aveva delle macchie scure nella parte superiore, le fece analizzare: si trattava di sangue umano.
Gli “investigatori”
Il medico era il cardiologo Augusto Marini, suonatore di launeddas, che fece un paio di telefonate e raccontò la cosa ai suoi amici e colleghi Aldo Cinus, oculista, e Mariano Staffa, ortognatodontista, tutti appassionati di tradizioni popolari, che in seguito coinvolsero anche il medico legale Roberto Demontis, e assieme decisero di approfondire la questione. Rintracciarono il signore che si era disfatto del martelletto – era un muratore che restaurava vecchie case, e in realtà pensava che quell’arnese portasse pure sfortuna – lui li accompagnò sul luogo del ritrovamento, e dietro un pietra che si muoveva in una parete nascosta trovarono una nicchia profonda che conteneva un piccolo “tesoro”.
Lo racconta Cinus: «C’erano una “misericordia”, una specie di pugnale-scalpello; ritagli di giornale datati 1925-1926; un rosario; un dente; un frammento di legno tarlato; un foglio di carta bollata con nove nomi. La consultazione dei “Quinque Libri” presso l’Archivio Arcivescovile di Cagliari ci ha permesso di confermare che la maggior parte di queste persone sono vissute e morte nel paese e nel periodo precedente in cui i reperti sono stati conservati murati. Insomma, questi elementi, studiati scientificamente, vagliati con la lente dell’antropologia, della documentazione storica e della ricerca sul campo, ci hanno portato ad affermare che la figura di colei che “metteva fine” a un’esistenza ormai giunta al termine, è realmente esistita». Nasce così l’affascinante saggio “Accabadora, mito e realtà” (Isolapalma), vincitore del Premio Alziator nel 2022, firmato dai quattro medici (con la premessa del professor Gianfranco Tore e la prefazione di Giovanni Orrù).
La rappresentazione
E questa è soltanto una delle testimonianze del misterioso personaggio che dava la “dolce morte” ai malati terminali. La sua rappresentazione è unanime: donna, sempre vestita di nero, di poche parole, custode di segreti e pratiche ancestrali, temuta e rispettata da tutti. È una delle leggende più affascinanti della Sardegna, protagonista di racconti orali, di film (uno lo ha firmato il regista Enrico Pau), di romanzi – celeberrimo quello di Michela Murgia – e adesso anche di un’opera lirica, rappresentata di recente in Francia, tratta dalle pagine della scrittrice di Cabras scomparsa tre anni fa.
