«Arriva alle 6 per la fare la medicina», informa – non richiesto – un avventore del bar in jeans e maglietta arancione che guarda fisso la strada mentre deglutisce un sorso di acqua fredda. In realtà l’appuntamento con Alessandra Lutzu è alle 16 nella casa di via Roma. Il dehors dirimpetto alla palazzina dei miracoli, infuocato da 40 gradi inumiditi dal ponente, è il primo test sul campo della leggenda popolare. Nel paese del vermentino tutti conoscono la guaritrice delle ustioni per diritto dinastico, proprietaria della segretissima formula a base di erbe che cura (anche) le malattie della pelle, tramandata dal padre Gianni, un’autorità riconosciuta in materia. «Siamo cresciuti con la gente che bussava a qualunque ora, pranzo e cena compresi. Mio padre non poteva fare una passeggiata in santa pace. Una volta l’hanno rintracciato durante una battuta di caccia: “Ho bisogno del tuo aiuto. Ora”. E lui non si è fatto pregare».

Tempi andati, sepolti dalla pandemia di Covid: «Da allora stop all’ingresso in casa per evitare rischi a mio padre dializzato». Lui fu assessore, lei (ex) vicesindaca, oggi consigliera comunale, non ricorda il momento in cui ha iniziato ad appassionarsi a una vita al servizio degli altri: «È un istinto innato. Mi rendo conto di quanto sia difficile capirlo, ma è così, sono cresciuta in questo modo, come i miei fratelli. Mamma non ne parliamo, ha sposato babbo con tutto il “pacchetto”. Devozione assoluta».

pazienti in fila a Monti per Alessandra Lutzu e il suo unguento che cura le ustioni
pazienti in fila a Monti per Alessandra Lutzu e il suo unguento che cura le ustioni

pazienti in fila a Monti per Alessandra Lutzu e il suo unguento che cura le ustioni

Come utilizza l’unguento?

«È una soluzione liquida da applicare sulla parte del corpo danneggiata. Ha attraversato le generazioni come cura per le ustioni, casualmente è stata sperimentata su altre patologie dermatologiche. Mai una reazione allergica: fa bene o non ti fa niente. All’inizio la spalmavamo con una piuma di gallina. Con i bambini uso ancora quel metodo, dico che è magica e loro restano tranquilli. Ormai per praticità con gli adulti uso uno spruzzino».

Il suo rapporto con i medici?

«Spesso sono loro a mandarci i pazienti perché negli anni hanno visto i risultati».

Chi conosce il segreto?

«È gelosamente custodito da Michele, Monica e me. Altri dicono di conoscerlo, ma è falso. Non sono gelosa, è una questione di onestà».

Qualcuno ha tentato di estorcervelo?

«Più d’uno ha cercato di spiarci. Avveniva già con mio padre, lo osservavano in campagna mentre raccoglieva le piante destinate agli animali. Essere conosciuti ci fa onore, ma c’è anche il rovescio della medaglia. Tutti quelli che arrivano - e sono tanti - moltiplicano i pericoli perché tra di loro possono confondersi gli sciacalli».

Bussano alla porta: «Cerchiamo la signora Alessandra». Li accoglie il fratello: «Dopo le 17. Potete aspettare nel vicolo». «Va bene, restiamo qui». Inizia a prendere forma il serpentone variopinto che certe sere si snoda fino a via Roma.

Come si difende dall’assalto?

«Se si tratta di un’urgenza non c’è orario, vige il principio del pronto soccorso. L’unico accorgimento è che cerco di stare in questa casa il meno possibile, altrimenti non vivo».

Interesse delle case farmaceutiche?

«Di tanto in tanto si fa viva qualche azienda, ma pensiamo che i nostri interlocutori dovrebbero essere i medici per sviluppare eventualmente un prodotto universale insieme a noi».

Quante persone si rivolgono a lei in un anno?

«D’estate anche 70-80 al giorno. Aspettano il loro turno nel vicolo della speranza, qualcuno si porta la sedia».

Il paese come reagisce?

«È abituato. Nel nostro piccolo facciamo girare anche l’economia: chi aspetta va al bar, fa la spesa, resta una notte nel b&b».

Da dove arrivano?

«Dappertutto. Di recente un italiano che vive in Australia mi ha detto: “Sono venuto da lei perché ho scoperto la sua esistenza su internet”».

La vita privata?

«Chi mi sta vicino sceglie di accettare tutto ciò che c’è intorno. Ricevo dal lunedì al giovedì, sempre dalle 17, se ci sono urgenze anche di mattina e pure di venerdì, sabato e domenica. Non ho la libertà di allontanarmi dal paese quando voglio, non mi sento tranquilla».

Come campa?

«Lavoravo lontano dalla Sardegna, avevo la mia indipendenza. Mio padre nel 2004 è rimasto ustionato, da quel momento ho dovuto rinunciare alla vita precedente. Così ho perso la sicurezza economica».

Si fa pagare?

«No. C’è chi ringrazia con derrate alimentari, chi lascia un’offerta che utilizziamo per la produzione della soluzione».

Pazienti rifiutati?

«Sì, perché il problema non era di mia competenza. Non do certezze, l’unica cosa che garantisco è che ti farà bene oppure nulla. Non è una medicina, non sono un medico né una maga. Sono una persona che si è trovata nella situazione di fare del bene e non mi sono tirata indietro».

Dove somministra l’unguento?

«Nel vicolo oltre la porta, durante l’estate. Nei mesi freddi la gente resta in auto, la raggiungo lì».

L’invidia?

«Non è un mio problema».

Neppure se genera maldicenza?

«Il mio motto è “fai del bene e dimenticalo”».

Nomi famosi passati da qui?

«Non mi interesso ai dettagli. Chiedo sempre solo una cosa: “Chi vi ha mandato?”».

La considerano una “guaritrice”.

«È una parola molto importante, non so se sono all’altezza».

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