L'addio di Solarussa a Matteo"Maledetta sia questa guerra"
"Maledetta sia questa guerra". Così inizia la sua omelia l'arcivescovo di Oristano, Ignazio Sanna, durante la messa del funerale di Matteo Mureddu. Ieri a Solarussa in migliaia hanno dato l'ultimo saluto al parà morto giovedì scorso in un agguato a KabulSono arrivati da tutta l'Isola ieri nella chiesa di Solarussa per partecipare alla messa officiata dal vescovo Ignazio Sanna.
Maledetta sia questa guerra. Sì, il cielo c'è. Nuvole bianche, lampi di sole. Resurrezione, pace. Onore ai caduti, preghiere. Quaggiù però è terra dura, terra infame afgana quando ammazza i missionari di pace in basco e divisa. «Maledetta sia la guerra che m'ha dato tanto dolore».
L'arcivescovo di Oristano, Ignazio Sanna, inizia l'omelia col canto alpino della prima guerra mondiale. Ma maledetta sia la guerra in terra afgana, quella guerra che ha ammazzato il caporalmaggiore Matteo Mureddu. Chi scriverà le canzoni di lutto e di dolore per i morti in guerra, chi per Matteo? Chi canterà la passione di questi giovani in missione di pace che con la loro opera hanno favorito la costruzione di strade, scuole, ospedali? «Noi non abbiamo parole di canto», aggiunge l'arcivescovo.
Parole no, lacrime tante al funerale di Matteo. Una processione lunga e silenziosa; centinaia di persone hanno assistito dal maxi schermo al rito funebre celebrato nella chiesa di san Pietro dove a malapena hanno trovato posto le autorità, il presidente della Regione Ugo Cappellacci, del Consiglio regionale Claudia Lombardo. Prefetti, questori, carabinieri, finanzieri. Militari e reduci. Divise e abiti scuri di circostanza. Visi tirati.
E il dolore immenso dei familiari. Del padre di Matteo, Augusto, pietrificato nella sua pena. La mamma Greca che tiene la foto del figlio stretta al petto come avesse ancora il bambino che fu e che ora non c'è più. I fratelli Stefano e Cinzia, un corpo solo. La sposa Alessandra col suo abito nero da vedova senza la gioia del santo sì. Sorretta dal padre e dalla mamma, cammina dove non sa, lungo la lunga strada del suo terribile dolore.
Il corteo doloroso è aperto dal gonfalone del Comune di Solarussa, dietro tutto il paese e non solo. Antonio Meloni e la moglie Marisa hanno portato da Portoscuso due mazzi di fiori e un piccolo tricolore. «Non potevamo mancare». Piangono perché qui c'è solo da piangere e pregare. Nella via che porta alla chiesa e nel sagrato c'è un silenzio che stordisce. Il segno di pace è un fruscio di mani, le orazioni sussurri. Non un saluto, non un abbraccio.
La bara è un tricolore punteggiato da fiori bianchi, dall'amaranto del basco della Folgore. Dalle medaglie brunite di una carriera troppo breve, dal drappo dei Quattro mori, messaggio visivo dell'invito dell'arcivescovo Ignazio Sanna nella sua meditata e severa omelia. «Il sacrificio di Matteo ricorda il dovere di difendere la pace come un bene estremamente prezioso e rinnova alle istituzioni l'invito a non accorgersi della Sardegna solo quando si paga un alto tributo di sangue. È nostro vivo auspicio che in un'Italia unita si realizzi un vero federalismo sociale, senza la creazione di periferie geografiche o il mantenimento di pregiudizi culturali. I sardi in fedeltà alle loro tradizioni continueranno a testimoniare tutta la loro fierezza di carattere e la loro grande passione civile».
Matteo Mureddu era giovane, aveva grandi sogni. Servire la patria, onorare la divisa, la famiglia, sposare Alessandra. È tornato a casa chiuso in una bara, avvolto nel tricolore. «La morte - ha ricordato l'arcivescovo di Oristano - che ci spia tra le fessure delle cose, che ci aggredisce alle spalle, non ha una spiegazione. Neppure l'amore ha una spiegazione. Le due forze maggiori della vita umana sono senza spiegazioni, hanno significati trascendenti. I suoi occhi vedranno il Suo volto. Io lo resusciterò nell'ultimo giorno. Siate fieri di vostro figlio Matteo morto nell'adempimento del suo dovere, in fedeltà al suo ideale di servitore della patria. Il ricordo del suo sacrificio sarà motivo per scelte di coraggio civile e gesti di nobile eroismo». Il popolo piange Matteo e applaude il suo vescovo.
«Dio della tenerezza dona la pace dei giusti, preghiamo per il fratello Matteo. Preghiamo per i Sassarini che partono per Kabul». Il cappellano del 151, Gianmario Piga, assicura che la prima preghiera sarà «per te, carissimo Matteo. Partiamo consapevoli e fieri, certi di fare il nostro dovere», singhiozza il cappellano.
«Eterno immenso Iddio, guarda benigno Matteo, paracadutista d'Italia, morto nell'adempimento del dovere. Amen». La preghiera dei paracadutisti piomba in un serata sempre più grigia e senza sole. Lo tromba suona il Silenzio. Niente è più triste del silenzio e una zolla lieve di terra sulla bara del portatore di pace Matteo Mureddu, morto per una guerra maledetta.
ANTONIO MASALA