«Mio padre può tornare a casa ma è ostaggio in ospedale da un mese»
L’ultrasettantenne è ricoverato al Santissima Trinità di Cagliari dal 18 dicembre. Il figlio: «L’attesa lo sta logorando, chiediamo risposte»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«Mio padre, un paziente fragile, non vede l’ora di essere dimesso. Ma è ostaggio della burocrazia da settimane». È l’appello di Mauro Ferru, di Sestu, che vive con grande preoccupazione la situazione del padre Aldo, tetraplegico e ultrasettantenne, ricoverato dal 18 dicembre scorso all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari.
Dopo pochi giorni dal ricovero in Chirurgia generale, a seguito di una crisi respiratoria, Aldo Ferru viene trasferito in Rianimazione. «Mio padre, superata la fase critica – racconta il figlio – viene dichiarato clinicamente idoneo al rientro a casa, con assistenza tramite cure domiciliari in area critica». Il 7 gennaio 2026 il reparto di Rianimazione «ha inviato la pratica per l’attivazione della domiciliazione delle cure agli uffici competenti. Da allora, però, nulla si è mosso». E a nulla sarebbero serviti i «numerosi solleciti» via Pec, ai quali «non ho ricevuto risposta».
Secondo quanto riferisce Ferru, il ritardo sarebbe legato all’indisponibilità di personale infermieristico specializzato per l’assistenza domiciliare in area critica. «Ci hanno spiegato che questi sono i tempi necessari per il disbrigo della pratica – racconta –. Al momento, i presidi come garze, cannule e altri materiali non sarebbero pronti per il ritiro. La richiesta è stata autorizzata, ma i tempi indicati parlano di almeno dieci giorni per la consegna. Una volta disponibili, bisognerebbe attivare la procedura per il rientro, con un’ulteriore attesa».
Ferru dice di prendere per buono quanto gli è stato riferito ma di aver anche sentito che «alcuni operatori sarebbero in “sciopero bianco” per questioni legate alla retribuzione. Nessuno può lavorare senza stipendio, e a loro va tutta la mia comprensione. Ma non è giusto che a pagare il prezzo più alto sia il paziente». «Mio padre sa di poter tornare a casa, ma non riesce a capire perché non gli venga consentito. Questa attesa lo sta logorando: è molto giù e ha iniziato a rifiutare il cibo». Il figlio conclude ringraziando il personale sanitario: «In tutto questo tempo non siamo mai stati lasciati soli. Il problema non è umano o clinico, ma burocratico e gestionale».
