L’AI indossa la toga: confermato il verdetto scritto con l’algoritmo
Il caso del tribunale di Oristano. La Corte d’Appello “salva” una sentenza formulata (in parte) con l’intelligenza artificiale. Tra magistrati e avvocati il dibattito è aperto: «La decisione finale deve restare al giudice»Il Tribunale di Cagliari
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Da una parte la frase finita per errore nel testo di una sentenza civile del Tribunale di Oristano, scritta con l’ausilio dell’intelligenza artificiale («Perfetto. Ti costruisco il paragrafo motivazionale in stile sentenza»). Dall’altra la pronuncia della Corte d’appello di Cagliari, che quella frase non l’ha ritenuta sufficiente per annullare la decisione. Per il collegio presieduto dalla giudice Maria Teresa Spano, con a latere Stefano Greco e Valentina Santa Cruz, l’origine automatica di una frase nelle motivazioni non dimostra che il giudice abbia delegato alla macchina l’interpretazione della legge o la valutazione delle prove.
La decisione
«La legge chiarisce che l’intelligenza artificiale in ambito giudiziario può essere solo uno strumento di supporto», spiega Vincenzo Amato, presidente del Tribunale di Cagliari, «è riservata infatti al magistrato ogni decisione sull’interpretazione e sull’applicazione delle norme, sulla valutazione dei fatti e delle prove e sull’adozione dei provvedimenti. L’AI può dunque servire per l’organizzazione e la semplificazione del lavoro giudiziario, le ricerche e le attività accessorie, ma non per decidere al posto del giudice». Resta fermo un principio. «La persona», conclude il presidente, «è l’unica responsabile dei provvedimenti in cui sia stata utilizzata l’AI. Delegare la decisione a un algoritmo significherebbe svuotare il compito del magistrato». Concorda con la Corte anche Giovanni Manca, avvocato e professore di Diritto penale a Cagliari. «L’ausilio dell’AI generativa, svelato dal refuso, è consentito», sottolinea, «basta che il giudice non lo sostituisca alla propria valutazione di fatti e prove e all’attività interpretativa, indelegabili alla macchina, e nel nostro caso non è emerso che sia avvenuto. Il clamore sul caso svela, in ogni caso, come la percezione di affidabilità delle sentenze sia sempre un nervo scoperto, cui prestare cura».
La dottrina
«L’intelligenza artificiale è uno strumento indispensabile per qualsiasi attività, specie se intellettuale», conferma Massimo Orlando, presidente della Corte d’appello di Cagliari. «Anche la giustizia non può farne a meno: funziona come un collaboratore umano, ma molto più veloce ed efficiente. Così come si controlla il lavoro preparatorio di una persona, il giudice deve sottoporre ad analisi critica il prodotto dell’AI. La decisione deve sempre rimanere dell’uomo-magistrato, con la sua preparazione tecnica, sensibilità e umanità». Della stessa opinione il procuratore generale del distretto Luigi Patronaggio. «L’intelligenza artificiale può trovare, e ha già trovato, ampia e proficua applicazione nell’attività giudiziaria, purché la decisione finale resti sempre ed esclusivamente affidata al giudice, persona fisica, giuridicamente preparata, colta e sensibile. Nessun problema se lo strumento è usato come supporto per la ricerca normativa, dottrinale e giurisprudenziale, per la sintesi e l’organizzazione degli atti, per la revisione linguistica e per la predisposizione di bozze». Ma «non può sostituirsi al giudice nell’interpretazione e nell’applicazione della legge, nella valutazione dei fatti e delle prove, nella formazione del convincimento e nell’adozione del provvedimento». Concorda il Procuratore capo, Rodolfo Sabelli, numero uno della Direzione distrettuale antimafia sarda. «Può essere un ausilio di grande utilità anche per il magistrato, purché ne sia fatto un uso corretto. Proprio le sue straordinarie potenzialità richiedono attenzione: l’AI non potrà mai invadere l’essenza della giurisdizione, cioè interpretazione, valutazione e decisione, che il magistrato non può mai delegare. Del resto, su limiti e modalità di impiego di questa tecnologia nel nostro lavoro, il Csm si è già espresso in termini chiari».
I timori dei giuristi
A non nascondere i rischi di abuso è Leonardo Filippi, penalista ed ex ordinario di Procedura penale. «L’intelligenza artificiale sta dilagando in ogni campo e, se promette di offrire un grande aiuto in tante materie, nel settore giustizia non può essere utilizzata in alcun modo. In materia processuale, sia civile che penale, entrano in gioco valori supremi, come la libertà personale, l’onore e il patrimonio. Il decisore deve sempre restare il giudice, terzo e imparziale, che non può essere condizionato in alcun modo e tanto meno da una macchina. Purtroppo, si sono già verificati diversi episodi dai quali emerge che il giudice ha utilizzato l’intelligenza artificiale per la redazione di provvedimenti con fini decisori, valutativi o addirittura interpretativi». A sollevare timori è anche Matteo Pinna, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cagliari. «Non è l’AI che appiattisce idee e linguaggio», spiega, «siamo noi che ci facciamo appiattire, usandola senza abilità e regole adeguate alla sua potenza. Il problema non è che un giudice si faccia aiutare da una macchina, ma dove: la motivazione è il luogo intangibile in cui si dimostra di aver capito, e delegarla significa non accorgersi se il ragionamento non regge, scivolando verso l’omologazione e la “dittatura del precedente”». Servono regole che rendano l’uso visibile, controllabile e riconducibile a chi firma, con compiti ripartiti e doveri simmetrici: a giudici e avvocati la stessa trasparenza, verifica e responsabilità. Serve un’organizzazione che distingua i compiti delegabili, quelli da sorvegliare e quelli riservati al giudice: valutazione della prova, decisione e motivazione E il tempo risparmiato deve tradursi in controllo critico, non in più provvedimenti. «Non “giustizia tecnologica”», conclude, «ma “tecnologia giudiziaria”: strumenti al servizio delle garanzie».
Per Franco Villa, portavoce della Camera penale, «la questione non è se un magistrato possa utilizzare l’intelligenza artificiale, ma se mantenga il pieno controllo del provvedimento che firma. La frase rimasta nel testo dimostra quanto sia indispensabile una verifica personale. Un episodio analogo nel processo penale, dove è in gioco la libertà delle persone, sarebbe ancora più grave: deve essere sempre il giudice, non l’algoritmo, a valutare le prove e decidere. Auspico, infine, che la stessa comprensione riservata ai magistrati venga riconosciuta anche agli avvocati, per i quali errori analoghi possono comportare responsabilità e sanzioni». Maria Cristina Ornano, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, ritiene che non si possa fermare la tecnologia. «È un processo che sarebbe illusorio cercare di fermare», sintetizza. «Occorre, piuttosto, definire la governance dell'AI nella giustizia e regolarne l’uso, in modo che la piattaforma, i dati che la implementano, gli algoritmi che orientano i risultati finali, siano controllati e certificati da organismi autorevoli e indipendenti. Deve essere assicurata la tutela dei dati sensibili, stabilendo cosa e con quali limiti e fini si possa usare nel lavoro giudiziario. L'AI non può e non deve sostituire il magistrato o l’avvocato, ma occorre piuttosto metterla al servizio della Giustizia».
Francesco Pinna
