Dal sogno di Cellino a Giulini: un percorso lungo trent’anni
Il no all’impianto a Santa Caterina, la cessione del club e tanta burocrazia per chiudere l’iter del “Gigi Riva”Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Lo stadio di Cagliari «è in dirittura d’arrivo». Le virgolette sono d’obbligo: è la frase pronunciata dal presidente del Cagliari, Tommaso Giulini, avant’ieri. Con una chiosa polemica in calce all’accordo pubblico-privato che dà il via libera al nuovo impianto da 30mila posti: «È una vergogna aver dovuto aspettare 10 anni a causa della burocrazia». È innegabile che Giulini abbia avuto pazienza. A prescindere dai discorsi economici che infervorano gli interventi di amministratori e polemisti. Va riconosciuto però che il suo predecessore, Massimo Cellino, sia stato il pioniere, e al tempo stesso la figura più tragica della travagliata epopea degli stadi di proprietà in Italia. Già negli Anni Novanta, l’ex patron comprese quanto il Sant’Elia, risistemato per Italia ‘90, fosse un freno per le ambizioni del club.
La battaglia
La sua fu una battaglia solitaria: per ovviare all'inagibilità, decise di smantellare la pista d’atletica e piantare le celebri tribune “Innocenti” sul campo, creando un’arena all'inglese dentro lo scheletro di cemento. Non pago di quel compromesso, Cellino progettò la “Karalis Arena” a Elmas, a Santa Caterina, impianto del tutto privato a ridosso dell’aeroporto. Quel sogno visionario si infranse contro il muro dell'Enac, che bocciò il piano per motivi di sicurezza legati alle rotte di volo. Da lì la rottura con il Comune di Cagliari divenne totale, spingendo l’ex patron a una clamorosa e provocatoria fuga a Trieste. La ricerca di una casa portò poi al controverso trasloco a Quartu: in tempi record sorse lo stadio di Is Arenas, un cantiere perenne sospeso tra l'entusiasmo dei tifosi e le feroci inchieste giudiziarie per violazioni paesaggistiche. Quella scommessa si trasformò in un incubo personale, con l’arresto nel 2013: un trauma che segnò la fine della sua era. Il rientro al Sant'Elia fu solo il triste preludio della resa, con la cessione del Cagliari.
Il nuovo iter
Per Giulini lo stadio è stato da subito una priorità. Diventato presidente l’11 giugno 2014, ha lavorato per riportare la squadra in un Sant’Elia con la massima capienza possibile utilizzando le tribune “Innocenti”. Dopo la retrocessione, iniziò a parlare del progetto nuovo stadio con B Futura (organismo interno alla Lega cadetta presieduta all’epoca da Andrea Abodi, oggi ministro dello Sport), per un impianto di 21mila posti. Era il 2015. Una stagione dopo la squadra torna in A, dà l’addio al Sant’Elia e, dal 2017, gioca nello stadio temporaneo, la Sardegna Arena, costruita in tre mesi, d’estate. Le tradizioni di Cagliari e del Cagliari, però, pretendono di più. La società bandisce un concorso di idee e vengono coinvolti 25 studi internazionali. Il 28 marzo del 2018 viene selezionata l’idea di Sportium. Per il Cagliari è un investimento da 70 milioni per una struttura Uefa 4. La capienza prevista è di 25mila posti tutti coperti, che poi diventeranno 30mila per partecipare alla “gara” per Euro 2032. Il Consiglio comunale, a marzo 2019, approva l’interesse pubblico dell’impianto da intitolare a Gigi Riva (il nome verrà deciso dalla Giunta nella primavera 2023).
La variante
A giugno 2021 arriva il piano guida di Sant’Elia con la variante urbanistica. Nel 2023 nasce una controversia tra Comune e Regione sulla costruzione di un ospedale accanto allo stadio, ma alla fine si decide di farlo altrove. Nel 2024 Comune e Regione firmano l’accordo di programma da 50 milioni. Il Comune si impegna a demolire le vecchie strutture, la NewCo costituita dal Cagliari e dal partner Costim Real Estate concorrerà al completamento della spesa. La Giunta del Campo largo, appena eletta, non tocca la parte finanziaria. Con il nuovo accordo di programma, e la conferma che i 50 milioni possono essere concessi al Cagliari, arriva, il 16 ottobre del 2025, l’ok al Paur, il provvedimento autorizzatorio unico regionale, mentre in Comune monta la polemica sui costi e sui canoni. Ma la città ora ha una scadenza: marzo 2027. Per bandire il “Gigi Riva” c’è tempo fino a ottobre, se non si vuole perdere il treno di Euro 2032.
(1 – continua)
