La Sardegna riesce a contenere l’inflazione, ma non a garantire stipendi adeguati. Due dati che, letti insieme, mettono in evidenza la profonda fragilità dell’economia isolana.

A metterlo in evidenza è il dossier del Centro Studi di CNA Sardegna che rielabora l’andamento dei dati Istat.

Secondo i dati, l’inflazione regionale nel 2025 si è attestata all’1,3% (variazione media dell’indice NIC), ma con un profilo discendente nel corso dell’anno, culminato nel minimo di novembre (0,7%) e con un conseguente ridimensionamento della crescita dei prezzi a livello regionale.

Il raffreddamento dell’inflazione è risultato più marcato in Sardegna rispetto alla media nazionale (inflazione Italia all’1,5%), con un differenziale che si è progressivamente ampliato nel corso dell’anno. Si tratta di un’inversione di tendenza rispetto al recente passato: tra il 2022 e il 2023 la Sardegna era stata infatti una delle regioni maggiormente colpite dall’impennata inflazionistica innescata dalla crisi energetica.

Il vero nodo, però, non è tanto l’inflazione quanto la debolezza strutturale dei redditi. Nell’arco di cinque anni il reddito medio annuo di un lavoratore dipendente in Sardegna è sceso da circa 32.700 euro nel 2019 a poco più di 31.000 euro nel 2024, con una perdita cumulata superiore a 1.700 euro per occupato. Il dato regionale risulta sensibilmente peggiore della media nazionale, dove nello stesso periodo la contrazione del reddito si è limitata a circa 1.000 euro. Cosa significa tutto ciò? Una minore propensione al consumo, e un’estensione della povertà relativa. In altri termini, in Sardegna le dinamiche combinate di prezzi e salari hanno penalizzato le famiglie più che nel resto del Paese.

Guardando alle singole voci di spesa, il contesto regionale nel 2025 è caratterizzato dal calo dei prezzi nel settore dell’abbigliamento e dei trasporti, che dopo anni di crescita ininterrotta (+11,5% nel 2022, +3,8% nel 2023, +0,8% nel 2024) hanno mostrato primi timidi segnali di distensione (-0,4%). Solo beni alimentari, bevande e tabacchi hanno mostrato una dinamica superiore alla media nazionale, contrariamente alle altre componenti (con l’eccezione delle spese per l’istruzione). Servizi ricettivi e ristorazione continuano a registrare incrementi sostenuti dei prezzi: il +2,9% del 2025 si colloca in continuità con gli aumenti degli anni precedenti (+6,9% nel 2022, +5,8% nel 2023 e +4,3% nel 2024).

«Nel complesso – affermano Luigi Tomasi e Francesco Porcu – rispettivamente Presidente e Segretario Regionale di CNA Sardegna - il quadro che emerge dall’analisi delle traiettorie inflazionistiche regionali evidenzia rischi congiunturali e strutturali. Il protrarsi di una fase di bassa inflazione, se accompagnata da redditi reali stagnanti e da una domanda interna debole minaccia di tradursi in una crescita anemica e in un ulteriore deterioramento della base produttiva regionale. Inoltre, la forte dipendenza dell’economia regionale dai consumi interni e dal turismo accentua la vulnerabilità del sistema produttivo agli shock esterni e ai cicli stagionali».

«In questo contesto – concludono Tomasi e Porcu -  le politiche economiche regionali dovrebbero concentrarsi sul recupero del potere d’acquisto delle famiglie, sostenendo redditi e occupazione, soprattutto di qualità. In quest’ottica, gli obiettivi da porre al centro dell’agenda politica riguardano la riduzione del part-time involontario, il contenimento dell’eccessiva stagionalità contrattuale, la promozione della formazione in azienda, il rafforzamento dell’interazione tra scuola, università e imprese e l’aumento dei tassi di attività, in particolare femminili».

(Unioneonline/v.l.)

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