Un lievito ad hoc, selezionato e sperimentato a lungo nel dipartimento di Enologia dell’Università di Trento-San Michele all’Adige, per valorizzare le qualità sensoriali della Malvasia di Bosa DOC.

A collaudare l’innovativo fermento Giada Porcu, giovane Enologa di Macomer con origini di Sedilo, nata nel 1998, che dopo un performante e rigoroso percorso di studi prima in Biotecnologie all’Università di Sassari poi all’ateneo di Trento San Michele in Enologia e Viticoltura, ora lo sperimenterà nel vino di famiglia, Malvasia Silattari. I risultati delle sue ricerche, ancora top secret, saranno presentati a breve,  per ora trapela solo che il lievito conferisce stabilità alla fermentazione e dona alla Malvasia una peculiarità sensoriale avvolgente.

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Il tema dei lieviti naturali e della valorizzazione delle fermentazioni spontanee affascina da sempre Giada che ha sperimentato sia sulla Malvasia di Bosa DOC sia sul delicatissimo Moscato di Fonni, vitigno rarissimo d’alta quota. Qualche anno fa un suo lavoro innovativo aveva dato origine a una Malvasia di Bosa particolare, ottenuta da acini nobilitati dalla muffa, presentata al Vinitaly tra i prodotti più sorprendenti proposti dalla Coldiretti.

Oggi Giada è Enologo, direttore tecnico e socio delle Tenute Silattari Malvasia di Bosa DOC, dove applica protocolli all’avanguardia che migliorano freschezza e complessità aromatica, stabilità microbiologica, carattere identitario, per avere più appeal nei mercati nazionali e internazionali. Una storia appassionante per debellare l’immobilismo che minaccia il futuro di uno dei vini più identitari della Sardegna. Con lei la sorella Gemma, classe 2004, studentessa di Ingegneria e Architettura all’Università di Padova, che ha un desiderio: «costruire cantine moderne, sostenibili, integrate nel paesaggio e capaci di raccontare il vino attraverso l’architettura rurale».

Due storie di vita avvincenti delle due giovani ragazze che guardano al futuro in maniera decisa: «La tradizione non può essere un alibi per restare fermi», spiegano. Un messaggio chiaro e forte al mondo vitivinicolo sardo: «la Malvasia di Bosa rischia l’estinzione culturale ed economica se continua a essere protetta solo a parole, senza una spinta concreta verso innovazione e sostenibilità».

Per questo la loro visione è «innovare per vivere ed evolvere. La tradizione vive solo se evolve. O innoviamo, o perdiamo tutto. È indispensabile innovare la Sardegna senza tradirla, la tradizione non si conserva con la paura del nuovo ma con il coraggio di costruire il futuro», spiegano rivolgendosi in particolare a istituzioni, produttori e giovani. Una missione chiara, definita e ambiziosa, per la Malvasia e per l’Isola.

Un messaggio rivolto soprattutto ai giovani sardi che molte volte non tornano nell’Isola, facendosi ammaliare dalle opportunità lavorative oltre Tirreno: «noi abbiamo studiato e ci siamo formate nelle migliori università dei rispettivi settori ma abbiamo scelto di rientrare per crescere professionalmente nella nostra terra, in cui abbiamo deciso di costruire il nostro futuro lavorativo e sociale», spiegano le sorelle. Una storia che unisce competenza, radici e visione, un modello da seguire per tutti le nuove generazioni di Sardi.

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