«La mia prima volta sardista? Una tema alle scuole elementari. La maestra aveva scelto una frase molto complessa per dei bambini. Dovevamo fare un ragionamento intorno a un pensiero di Michele Columbu sulla soggettività giuridica dei sardi. Mi ricordo ancora la passione che ci ho messo e per quanto tempo ci ho pensato».

Christian Solinas, 45 anni a dicembre, presidente della Giunta regionale sarda alla guida di una maggioranza di centrodestra a trazione sardo-leghista, ha festeggiato in sordina il compleanno del partito di cui è segretario. Il vento glaciale del Covid non contempla raduni e celebrazioni, mette in fuga convegni e riflessioni collettive (se non con la mediazione della Rete). Peggio che mai i congressi di partito dove magari ci si scalda e si alza la voce, roba da bollino rosso secondo le normative anti contagio. Per cui ieri si è limitato al minimo sindacale, come scoprire una targa dove tutto è cominciato formalmente un secolo fa (Oristano, 17 aprile 1921), salvo rimandare alle iniziative che verranno quando incontrarsi sarà di nuovo possibile. I cent'anni di vita del Psd'Az d'altronde sono un traguardo che obbliga a un pensiero forte, diverso dai ragionamenti fluidi che attengono a formazioni politiche in velocissimo e dimenticabile passaggio. La tavola degli ideali, il passato e il futuro, il chi-siamo-e-dove-andiamo, e magari anche con chi. Avviso ai naviganti: in queste righe non si parla di pranzi corsari del notabilato a Sardara, argomento esecrabile e croccantissimo sul quale Solinas sceglie di non esprimersi in attesa che tutto sia più chiaro. E nemmeno di rimpasto e di assessori da rottamare, tema spinto in seconda fila dal frastuono della pandemia. Questa conversazione ruota intorno al sardismo ampiamente inteso, a che volto abbia oggi un partito che affonda le radici nel sentimento maturato fra i reduci della Grande Guerra e approda a un'alleanza stabile con la Lega di Salvini: «Non dimentichiamoci che le insegne del partito erano scomparse a livello nazionale e le abbiamo riconquistate grazie a questo patto ampiamente condiviso dalla base del partito. Fra l'altro oggi, a giudicare dal Governo Draghi, mi pare che l'accordo con la Lega sia ampiamente sdoganato».

Le origini

Gli inizi, dunque. Joyce Lussu nata Salvadori, moglie di Emilio e poi testimone, poetessa e partigiana, circa trent'anni fa, in una lunga conversazione con uno studente (diventato poi caporedattore centrale di questo giornale) per una tesi di laurea, aveva immaginato le prime lotte per l'autodeterminazione dei sardi come la realizzazione di un pensiero preesistente. Una sorta di innatismo dell'idea sardista, una coscienza di popolo incarnata contro i piemontesi nel 1794 e poi cesellata nei secoli a venire, ma quasi come un corredo genetico di chi abita quest'Isola. Solinas concorda: «Tutti noi sentiamo di aver subito nei secoli l'egemonia di altri. Per tanto tempo siamo stati letteralmente cancellati, la nazione sarda non esisteva più. Nel 1948 lo Statuto approvato dall'Assemblea costituente e le elezioni del '49 per la formazione del nostro Parlamento ci hanno riconsegnato ciò che era dovuto. Penso alla costante resistenziale di Lilliu, a uno specifico demo-antropologico dei sardi, al sentimento collettivo di essere popolo che ci accompagna perfino da prima di averne coscienza».

Il pantheon

E siccome tutti i partiti hanno i loro lari e penati, il segretario rivendica da par suo i padri nobili del partito che guida. «Bellieni è un autentico gigante, in rapporto con tutti i grandi pensatori europei. La sua idea di autonomia e federalismo, il concetto di stati uniti d'Europa, era in netto anticipo rispetto all'orologio della storia. E poi mi sento in debito con tutti i reduci della Brigata Sassari sul Carso, Monte Zebio, l'altopiano della Bainsizza. Una generazione strappata alla Sardegna. E poi Antonio Simon Mossa, intellettuale multiforme, architetto, portatore di un'istanza indipendentista che non significava banalmente separatismo o isolamento. Europa dei popoli e delle etnie anziché delle banche o tecnocrazie». Il nome di Emilio Lussu non viene citato spontaneamente: «È un personaggio estremamente complesso, fondamentale ma anche controverso, legato a capitoli imprescindibili della storia del Psd'Az ma anche alle prime scissioni dolorose dell'immediato Dopoguerra».

In ordine sparso

Perché tante divisioni? Perché il fronte a vario titolo sardista ha conosciuto lotte e diaspore senza tregua, guerre fratricide combattute a colpi di zero virgola? «Forse bisognerebbe ripartire dall'inizio. Se avessimo recepito l'istanza cattolica, saremmo diventati come la Südtiroler Volkspartei, un grande partito di massa di larghissima maggioranza. Invece la scelta laicista ha reso il percorso molto più difficile».

Indipendenza

Il concetto di fondo è: Solinas ci crede davvero? Lo strappo a parole con lo Stato, che in altri tempi suscitò polemiche al calor bianco, si è mai tradotto in azioni conseguenti? «È una scelta definitiva, inserita nello Statuto del partito, un'aspirazione che non tramonta. Siamo la più grande minoranza linguistica italiana eppure non possiamo fare concorsi dedicati, avere Sovrintendenze regionali dei beni culturali, istituzioni scolastiche autonome. Il modello di stato ottocentesco, accentratore e governato da Roma, rimane per larga parte ancora in vigore e paghiamo un prezzo importante. Per questo credo poco ai partiti nazionali che si regionalizzano: mi sembrano modelli che rispondono più alla necessità di sedare periferie tumultuose ma chi decide sta altrove».

Militanza recente

Gli attivisti storici cresciuti a pane e quattromori sono un'altra categoria rispetto al presidente della Regione. Lui è stato eletto consigliere regionale nel 2009, segretario nel 2015: «Avrei sempre desiderato avvicinarmi al sardismo da quando ho iniziato a fare politica. Ma a Capoterra, dove ho cominciato, non era semplice entrare in quella sezione. Ho fatto tutta la gavetta, consigliere comunale e poi presidente del Consiglio, con l'Udr che si rifaceva a Francesco Cossiga».

Lo snodo Lega

L'alleanza col partito di Salvini è uno spartiacque che il governatore si intesta (parzialmente) e che ha suscitato movimenti tellurici. Compresa l'accusa di aver svenduto il partito per una sedia a Palazzo Madama. Polemiche che lui ridimensiona partendo da un altro dei padri nobili: «È il 1987, Mario Melis guida la Regione, il Psd'Az è saldamente alleato con la sinistra che dagli anni Settanta ha salvato una rappresentanza parlamentare. In questo quadro arriva la Lega Nord, Umberto Bossi è eletto senatore e divide la stanza con Carlo Sanna. Bossi studia la storia del Psd'Az. Meris in domu nostra diventa il padroni a casa nostra della Lega di Miglio, Speroni, Maroni. La scelta di alleanza strategica fra il più antico e il più grande partito federalista è stata fatta dopo che ho vinto il congresso. Organizziamo una tre giorni a Villagrande con membri di tutti i partiti, da Soru a Cappellacci, intellettuali, imprese. Lì matura il rapporto con la Lega. D'altro canto lo sbarramento liberticida per il Parlamento non avrebbe consentito altrimenti una rappresentanza. I fatti mi hanno dato ragione: il simbolo dei Quattro mori è tornato a Palazzo Madama, i numeri elettorali dopo anni di crisi sono cambiati, il Psd'Az è ridiventato centrale nel dibattito politico».

I valori, cent'anni dopo

Celebrare un secolo di vita regala responsabilità, vuol dire attualizzare i riferimenti conservando una grande storia. «A un giovane sardo che milita nel Psd'Az oggi, direi che nella tavola dei valori storici - insieme a illuminismo, fratellanza e libertà - c'era la felicità del popolo sardo. Un argomento in anticipo su tutte le istanze. Oggi aggiungerei una continuità territoriale digitale, la possibilità di lavorare ovunque restando in Sardegna e la necessità di elaborare un modello di sviluppo sostenibile, per noi e i nostri eredi fra altri 100 anni».

Lorenzo Paolini

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