Il 2026 sarà l’anno della “messa a terra” dell’intelligenza artificiale: gli investimenti fatti nel mercato digitale nel corso del 2025 vedranno l’adozione pratica dell’AI nelle aziende e negli studi professionali con la loro riorganizzazione attraverso il ridisegno dei processi. Insomma, già oggi l’intelligenza artificiale può diventare un punto di forza nel lavoro dei professionisti in diversi modi, agendo come un potente alleato che ne amplifica il valore umano. L’AI rappresenta un’opportunità per le aziende di medie e grandi dimensioni così come per gli studi professionali, consentendo di incrementare l’efficienza operativa, di ridurre i costi fissi e di aumentare la qualità dei servizi offerti ai clienti. Non si tratta di sostituire il professionista, ma di potenziarlo, liberandolo dalle attività ripetitive e a basso valore aggiunto per permettergli di concentrarsi su ciò che conta davvero, ossia il pensiero strategico, il giudizio critico e la relazione con i clienti. È questo il fulcro del volume Supervisor. I professionisti dell’AI (Guerini e Associati, 2025, pp 376).

Ma cosa si intende per supervisor in ambito dell’intelligenza artificiale? Lo chiediamo direttamente a Filippo Poletti:

“Il supervisore dell’AI è una nuova figura professionale che nasce dall’esigenza di guidare l’interazione tra l’intelligenza umana e quella artificiale. Non è un semplice ‘verificatore tecnico’, ma un professionista con competenze etiche, giuridiche, psicologiche e organizzative. Il suo ruolo è quello di integrare l’AI in processi complessi senza snaturare la responsabilità e l’autonomia umana, traducendo il potenziale tecnologico in valore concreto per i clienti. Il supervisore opera in diversi ambiti quali la ‘supervisione tecnica’ (ossia valutando criticamente gli esiti algoritmici), l’orchestrazione etica (garantendo il rispetto di principi come l’equità e la trasparenza) e la ‘mediazione relazionale (preservando la dimensione umana della relazione professionale)».

La copertina del libro
La copertina del libro
La copertina del libro

Ci fa degli esempi pratici di utilizzo dell'AI da parte di un medico o di un altro professionista?

“L’intelligenza artificiale offre al medico una vasta gamma di applicazioni per migliorare l’efficienza, la sicurezza e la qualità dell’assistenza: si va dall’amministrazione e documentazione alla pianificazione e personalizzazione della cura. Pensiamo, ad esempio, alla trascrizione automatica e contestualizzata delle visite, oggi possibile con Noa Notes di MioDottore piuttosto che con DeepScribes e TD Listener: Noa Notes è in grado di convertire in tempo reale la conversazione con il paziente in testo strutturato, permettendo al medico di concentrarsi sull’ascolto. Oppure, nell’ambito della programmazione, si pensi ai modelli predittivi in grado di integrare grandi quantità di dati clinici, comportamentali e ambientali per elaborare modelli predittivi, individuare i rischi e personalizzare le terapie con AWS HealthLake e Microsoft Azure for Health. Oppure, ancora, al supporto alla prognosi e alla selezione di terapie con il cosiddetto ‘counseling prognostico’ e la selezione di pazienti per trattamenti sperimentali o di medicina di precisione con NVIDIA Clara e Google DeepMind.

E in altri ambiti?

“Pensando a un altro ambito, quello legale, un avvocato può utilizzare l’intelligenza artificiale per ottimizzare e potenziare molte attività professionali, trasformando il proprio ruolo da esecutore materiale a supervisore e decisore strategico. I principali utilizzi includono l’ottimizzazione della ricerca giuridica (con l’analisi di normative, giurisprudenza e dottrina in pochi secondi), l’analisi documentale avanzata (con la comparazione e la sintesi di sentenze), il supporto alla redazione (con la predisposizione di bozze di contratti, atti giudiziari, lettere legali e pareri con coerenza formale) e la predizione e l’analisi dei rischi. Un avvocato, oggi, può stimare con l’AI la probabilità di successo di cause, basandosi su precedenti simili e sull’analisi quantitativa di dati processuali”.

Un’altra particolarità del libro è che offre la possibilità ai lettori di interagire con Virgilio AI…ma di cosa parliamo esattamente?

“Virgilio AI è l’Assistente AI basato sul recupero avanzato delle informazioni e diversi modelli linguistici generativi, il primo messo a disposizione in Italia dei lettori di un libro di saggistica: non è un bigino, ma un vero e proprio ‘saggio’ con cui dialogare per iscritto o vocalmente. Virgilio AI, infatti, è un assistente cognitivo che unisce la memoria viva e dinamica dei sistemi di ricerca alla capacità di ragionamento e comunicazione di ChatGPT, DeepSeek, Gemini e Voyage AI. È accessibile gratuitamente dallo smartphone inquadrando il QR code presente nella prima pagina del libro Supervisor, i professionisti dell’AI: risponde alle domande fatte sui contenuti del volume in 35 lingue, dall’italiano al cinese, all’hindi, allo spagnolo, all’arabo, al russo o al francese, selezionabili nel menù di navigazione. Se duemila anni fa Virgilio parlava latino, Virgilio AI oggi, grazie all’intelligenza artificiale, è in grado di dialogare in 35 lingue su un libro scritto in lingua italiana. È una nuova esperienza di fruizione del libro che abbatte le barriere linguistiche”.

Ma dell'AI dobbiamo allora smettere di avere paura?

“Lo dico spesso: a farci paura non è tanto la l’AI, quanto il fatto di non avere più punti di riferimento nel nostro lavoro. Le tre paure più diffuse, che ho riscontrato parlando con centinaia di professionisti in Italia nel corso del 2025, sono la paura dell’incompetenza (ad esempio, ‘Non capisco nulla dell’AI’), la paura della sostituzione (ad esempio, ‘L’AI mi sostituirà’) e la paura della perdita di controllo (ad esempio, ‘Fa tutto l’AI, non posso fidarmi’). A queste paure si reagisce cambiando la cornice interpretativa: ad esempio, da ‘L’AI mi ruba il lavoro’ a ‘L’AI mi toglie le parti più ripetitive del mio lavoro’. E, poi, facendo amicizia con l’AI, ossia sperimentandola: il mio consiglio, ripetuto più volte nelle 376 pagine del libro, è di mettere alla prova l’AI. L’AI non è una moda, ma è una rivoluzione identitaria del nostro lavoro che necessita di acquisire tre nuove competenze nel 2026: la prima è il prompt mindset, inteso come la capacità di interrogare l’AI. Dialogare con l’AI non è come fare una ricerca su Google, è molto di più. La seconda abilità è l’agentività, ossia la facoltà umana di far accadere le cose, intervenendo attivamente sui sistemi intelligenti ed esercitando un potere causale. Essere padroni dell’agentività non significa semplicemente saper fare qualcosa, ma guidare l’AI. La terza e ultima competenza necessaria è il vibe working, ossia la costante simbiosi con le macchine: non consiste nell’automatizzare il nostro lavoro con l’AI, ma nel liberarlo dai vincoli tecnici e dagli steccati disciplinari”.

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