“Gent’Arrubia”, il romanzo d’esordio di Lucio Aru
In libreria per i tipi di ApalósPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
All’Asinara perfino le finestre sono crudeli: hanno le sbarre, ma danno sul mare. È dentro questa contraddizione che Lucio Aru costruisce Gent’arrubia (Apalós, 2026), romanzo di corpi sorvegliati e desideri che cercano una lingua possibile per essere espressi. Pietro Camboni è un agente penitenziario sardo, disciplinato fino all’autocancellazione, convinto che la divisa possa dare ordine a ciò che dentro di lui non ne ha. Nikolaj Sergienko è un giovane detenuto russo, trasferito sull’isola dopo una vita trascorsa a difendersi: dalla violenza, dall’umiliazione, dagli altri e soprattutto dall’immagine di sé che gli è stata imposta. Il loro incontro non produce salvezza, ma una collisione. Tra guardia e prigioniero, ordine e colpa, protezione e possesso, ogni gesto cambia significato a seconda del lato (delle sbarre e dell'esperienza) da cui lo si osserva.
Il titolo è il primo dispositivo simbolico del libro. “Sa gent’arrubia”, il nome sardo dei fenicotteri, diventa il soprannome attribuito a Nikolaj per le gambe lunghe e l’andatura estranea al paesaggio carcerario. È un battesimo che insieme accoglie e riduce: l’uomo viene trasformato in figura, la diversità addomesticata attraverso un nome pronunciabile. Tutto il romanzo lavora su questa tensione. Nikolaj è un nome, un numero di cella, “lo Slavo”, “Nicola”; Pietro è di volta in volta Gian Pietro, Camboni, Piè, ma la parola “amore” gli resta impronunciabile. Dare un nome significa riconoscere, ma anche gerarchizzare, classificare e possedere. La relazione tra i due nasce allora come una terza lingua fatta di sguardi, gesti, contatti, silenzi: un alfabeto corporeo che scavalca l’italiano incerto del russo e l’analfabetismo emotivo dell’agente.
Aru organizza il racconto in tre parti, “Ordine”, “Caos” e “Nell’ordine del caos”, chiuse da un epilogo intitolato “Nel caos, l’ordine”. L’ordine dell’istituzione contiene violenza, soprusi, omertà; il caos può aprire una via di fuga, ma solo se si è disposti a pagarne il prezzo. Anche l’Asinara è una macchina semiotica perfetta: isola dentro l’isola, carcere circondato da una bellezza quasi offensiva, spazio in cui il mare è insieme muro, rifugio e possibilità. Pietro cerca pace sott’acqua, dove i rumori si deformano e il corpo perde peso; Nikolaj di quell’acqua deve provare ad affrontarne la forza distruttrice.
La narrazione in terza persona alterna soprattutto le focalizzazioni dei due protagonisti, aprendosi talvolta ai familiari di Pietro e ad alcune figure laterali. I capitoli brevi danno ritmo e costruiscono un montaggio serrato di presente e memoria. La prosa è sensoriale, fisica, e nei passaggi migliori Aru sa affidarsi a dettagli netti; altrove, però, la scrittura tende a spiegare ciò che la scena aveva già mostrato, accumula metafore mentre alcuni personaggi secondari rischiano di restare soprattutto funzioni narrative.
Con Gent’arrubia, Lucio Aru consegna al lettore un esordio coraggioso e imperfetto nel senso più fertile del termine: non cerca l’innocenza dei suoi personaggi, non ne propone alcun cammino redentivo ma ne dispone la possibilità di riconoscersi, senza facili assoluzioni. Il finale, volutamente ellittico, sposta la vera conclusione altrove: nella capacità di perdonarsi, di interrompere l’eredità della vergogna, di diventare finalmente la casa che non si è ricevuta. Come suggerisce la dedica, prima di adottare qualcuno occorre forse adottare sé stessi.
