Prenotabile ma non erogabile: in questo ossimoro da call center si nasconde la trappola perfetta di “Lancette” (Zona 42, 164 pagine, 12,90 euro), romanzo breve di Valo Pusceddu, al secolo Valeria, classe 1996, cresciuta a Settimo San Pietro e oggi di base a Milano, dove dopo un passato da copywriter è approdata alla ribalta della stand-up comedy, da Comedy Central alla conduzione del podcast di Factanza “A Carte Scoperte”. Ed è dalla convivenza (divertente ma faticosa, ci pare di poter dire dopo la lettura del romanzo) di questi due mestieri – la conoscenza chirurgica del burocratese dei nuovi media da un lato, il tempo comico di chi vive i palchi dall’altro – che l’autrice partorisce un singolare e ironico romanzo epistolare.

La premessa è irresistibile. Fly&Find, agenzia di viaggi, lancia il turismo temporale e ingaggia due influencer, Carlos e Mina, per documentare un tour nel 2326 tra Marsiglia, Parigi e Londra. Peccato che il futuro sia tutto fuorché fotogenico: Marsiglia è sommersa dal mare, la bouillabaisse sa di petrolio, Parigi arde a 63 gradi tra ratti e pulci, la Tour Eiffel beh… vi lasciamo il gusto di scoprirlo. Per non parlare di quel che è accaduto a Londra.

Il romanzo, uscito nella collana I Nodi curata da Elena Giorgiana Mirabelli e presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino, è costruito interamente con scambi di e-mail tra contratti, brochure, risposte automatiche e trascrizioni dei video girati dai due malcapitati. Nessun narratore, nessun commento: l’orrore accade negli spazi bianchi tra un messaggio e l’altro e nei tagli che Lidia, junior project manager dalle emoticon di ordinanza, chiede ai video prima della pubblicazione. Via i gabbiani morti, via lo scippo sullo sfondo, una “sistematina” ai volti febbricitanti. Mentre i corpi si degradano nel futuro, i profili social continuano a pubblicare cartoline perfette: il doppio digitale sopravvive alla persona, e per il marketing è quello che conta.

Pusceddu maneggia il corporatese come un’arma: smiley, diminutivi, cortesia protocollare producono una crudeltà che non ha bisogno di essere spietata né esibita, fino al paradosso legale finale, degno di un manuale di logica, che non riveleremo. La satira colpisce ovunque: la catastrofe climatica ridotta a pacchetto experience, l’economia degli influencer come espropriazione di identità (i talent cedono password, diritti e perfino i materiali mai pubblicati), la catena della precarietà in cui ognuno scarica sull’anello successivo e la macchina non ha mai una testa da tagliare. Non è una distopia, perché nonostante l’elemento fantascientifico è tutto fin troppo attuale. Segno che, forse, nella distopia ci siamo già caduti dentro senza riuscire a vederla.

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