Dice che c’è una definizione che le fa venire le convulsioni: «Quando qualcuno definisce in letteratura la Sardegna magica e ancestrale. Un format per turisti mordi e fuggi, un immaginario da vacanza breve». E sarà anche perché di Sardegna magica e ancestrale nel suo ultimo romanzo, “La sonnambula” edito da Bompiani, non c’è proprio un bel nulla, che Bianca Pitzorno ieri a Roma ha svettato fra i 79 candidati al Premio Strega 2026 entrando con forza e di gran diritto nella dozzina di titoli che si contenderanno il gran finale del più prestigioso concorso italiano dedicato al mondo del libro.

Sassarese, classe 1942, una carriera monumentale (chi non ha a casa un suo libro? che fosse della sua prima fase dedicata ai ragazzi o della seconda devota a un pubblico adulto), il suo successo era ben pronosticato fin dall’uscita della sua ultima opera. «Con questo libro volerà certamente alla Strega», questo si diceva da subito negli ambienti editoriali. E quel pronostico ieri ha preso corpo per voce di Melania Mazzucco durante la cerimonia ufficiale a Roma sotto lo sguardo del direttore della Fondazione Bellonci, Stefano Petrocchi.

Bianca, facciamoci perdonare il tu dai lettori, ma sarebbe ipocrita fare diversamente, ti aspettavi di superare il primo blocco di una concorrenza così numerosa e di qualità?

«No, sono sincera, sono sorpresa. Felicemente sorpesa. Eravamo così tanti, quasi ottanta. Una concorrenza considerevole e di pregio. Ma soprattutto bisogna tener conto di una cosa».

Quale?

«Che non è facile guadagnarsi l’approvazione di un comitato direttivo ampio e qualificato – sono loro che decidono la dozzina – come quello dello Strega. Figurarsi ora per accedere alla cinquina finalista. La giuria è numerosa e variegata. Alla fine, sono 800 persone che devono giudicare il tuo libro e non è mica facile andare incontro al gusto della maggioranza».

Va detto, però, che da subito il tuo “La sonnambula” ha trovato il successo di vendita e quindi una larga approvazione tra i lettori.

«Sì, è vero. E di questo sono molto felice e orgogliosa. Oltre 40mila copie vendute, quattro edizioni ad oggi rilasciate. Abbiamo esordito a gennaio con un primo posto nella classifica dei romanzi italiani. Per diverse settimane il libro è stato fra i più venduti».

Perché, secondo te?

«Proprio perché non racconta di una “Sardegna magica e ancestrale”. Semmai di un’Isola che la gran parte dei lettori non sardi non si aspetta. Abituati come sono a una narrazione stereotipata o votata esclusivamente al nostro mondo agropastorale che, sia chiaro, ha avuto una sua dignità narrativa. Dunque, evidentemente, colpisce conoscere una nostra realtà ottocentesca borghese e urbana».

Il tifo per te è forte. E in tanti ti vorrebbero in finale. Hai riflettuto sul fatto che tutto ciò accade nell’anno del centenario del Premio Nobel di Grazia Deledda?

«Ah! Non ci avevo pensato. E sì, è vero! Ma ti prego non facciamo paragoni con l’immensa Deledda. Però, dai, che coincidenza. Anche se va detto che poi Grazia il Nobel lo ritirerà nel 1927, sia mai che mi porti fortuna. Sarebbe bello».

E ora, cara Bianca, come te la vivi?

«Sto ricevendo molti attestati di stima. Fa piacere. E io me la vivrò da oggi in poi come si vive una grande avventura. Sì, proprio così, un’avventura. Vivo felice questo momento ma vivrò felice anche senza lo Strega».

Francesco Abate

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