Dove volavano i falchi
“Baci dal Kashmir”, nell’ultimo lavoro del giornalista Enrico Arosio un viaggio in mezzo alla guerraPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Agosto 1995: Enrico Arosio, giornalista della redazione milanese de L’Espresso, sta scorrendo le pagine dei giornali quando gli cade l’occhio su un titolo: “Kashmir, decapitato un ostaggio”. Lo sfortunato era Hans-Christian Ostrø, norvegese di 27 anni rapito assieme ad altri quattro occidentali dai guerriglieri separatisti islamici del Kashmir, in lotta da decenni contro il governo indiano per il controllo della regione. Una notizia macabra, che però fa sobbalzare Arosio anche per una ragione personale: lui e sua moglie Miki erano stati nelle stesse zone dove è stato ucciso Ostrø due anni prima, nell’agosto del 1993. La coincidenza riaccende in Enrico Arosio una serie di emozioni in parte rimosse, un insieme di sensazioni, di ricordi. Quel viaggio nel Kashmir era partito come una vacanza, dieci giorni di stacco dal mondo, un ritorno ideale verso l’Himalaya, un luogo già sfiorato anni prima. Giunti però all’aeroporto di Delhi, al momento di prendere l’aereo la loro destinazione, Arosio e la moglie si erano resi contro di dirigersi proprio al centro di una guerra civile. Da una parte i separatisti musulmani appoggiati dal Pakistan, dall’altra parte l’esercito indiano, presente nella regione con centinaia di migliaia di soldati.
Arosio, ricordando quei giorni stranianti a fare il “turista” nel pieno di un conflitto, senta la spianta a mettere per iscritto i propri ricordi. Butta giù alcuni capitoli, pensa di proseguire il lavoro poi l’abbandona. Solo dopo un trentennio quei resoconti riemergono del tutto e confluiscono nel volumetto Baci dal Kashmir (Ibis, 2026, Euro 15,00, pp. 176), racconto di un’esperienza personale che si colloca sul confine sottile tra reportage, memoria e narrazione di viaggio.
Nel Kashmir Arosio e la moglie toccano con mano cosa significhi vivere in un territorio occupato militarmente: posti di blocco, controlli ossessivi, tensione perennemente alta. Si rendono conto di vivere come in un tempo di sospensione mentre la violenza sembra sul punto di esplodere ad ogni istante. Corrono anche dei rischi inaspettati quando con l’autista che li sta portando a fare una escursione vengono fermati dai mujaheddin, i guerriglieri islamici. Allo stesso tempo si rendono conto che la vita attorno a loro prosegue, che l’essere umano riesce sempre ad adattarsi e, soprattutto, che la natura prosegue il suo fluire quasi indifferente alla follia della guerra: le montagne conservano la loro maestà, le nuvole attraversano il cielo e i falchi volano sopra la casa galleggiante dove i due protagonisti trascorrono le loro notti.
Baci dal Kashmir ci restituisce tutto questo senza che mai Arosio ceda alla tentazione di scrivere una sorta di reportage di guerra. La sua rimane una narrazione intima che resta fedele alla dimensione vissuta, privata, ma capace di restituire il senso di spaesamento di chi si trova, quasi per errore, dentro la storia. Uno spaesamento, ci permettiamo di dirlo, da fortunato occidentale di fine Novecento, da persona per la quale la guerra era qualcosa di lontano, quasi astratto e scandaloso dato che il nostro continente veniva da un cinquantennio di pace quasi assoluta. Uno spaesamento che ci sentiamo di invidiare e di cui abbiamo nostalgia in questi nostri tempi fin troppo foschi.
Ed è proprio questo spaesamento che fornisce valore aggiunto al libro. Arosio osserva, senza aver avuto tempo di prepararsi a quello che si troverà di fronte. Ha dei preconcetti – preferisce gli indiani induisti ai guerriglieri islamici forse per un retaggio della cultura del Sessantotto che tanto amò l’India -, però non ha avuto il tempo di rafforzarli. Questo gli regala uno sguardo quasi ingenuo, sicuramente sincero non solo nel racconto di quello che vede, ma anche nell’esprimere le proprie inadeguatezze nell’affrontare quello che si svolge attorno a lui. Ne emerge un racconto in cui l’esperienza individuale si intreccia con una delle aree più complesse del panorama geopolitico contemporaneo, senza mai sovrapporsi a essa, ma lasciandola filtrare attraverso lo sguardo di chi la attraversa. La sensazione che rimane dopo aver letto le pagine di Arosio è quello che sapeva restituire nei suoi resoconti Tiziano Terzani: la sensazione di aver ascoltato la voce di chi prima che professionista e giornalista è uomo in mezzo ad altri uomini.
