Questa sera, mercoledì 30 settembre, alle 18, la Gramma_Epsilon Gallery di Atene inaugura “What Remains, What Changes”, la prima mostra personale in Grecia di Maria Jole Serreli, artista nata a Roma nel 1975 e legata a Marrubiu, dove vive e lavora. Il progetto, aperto al pubblico fino al 30 dicembre, è curato da Panos Giannikopoulos, già curatore del padiglione Grecia alla scorsa Biennale di Venezia, e da Paolo Cortese, con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia ad Atene e dell’Istituto Italiano di Cultura. Un appuntamento che arriva al culmine di un percorso già ampiamente internazionale: da dieci anni Serreli dialoga con le istituzioni culturali cinesi e nel 2026 è stata Art Director di “Digital Fashion: An Oriental Expression of Gravity”, alla Yizhihui Art Gallery di Shenzhen, dove ha firmato l’allestimento e due installazioni site-specific in filo.  Nell’ultima Fashion Week a Milano, la sfilata del brand MODA Hui della stilista Huizhou Zhao presso Palazzo Turati, si è sviluppata intorno alla grande installazione site-specific e alla sua partecipazione con atto performativo, utilizzando il filo rosso come elemento conduttore  che unisce oriente con occidente. Sue opere sono conservate in collezioni pubbliche in Cina, come l’Eachway Art and Fashion Museum di Shenzhen e il Belt and Road Ceramics Expo Center di Rongchang e in musei italiani. Tra le tappe più significative in patria, la personale “A casa avevo tre sedie” al MUACC di Cagliari, a cura di Simona Campus, e la scelta, nel 2025, di “In tasca solo pezzi di casa” come immagine della 29ª edizione di Monumenti Aperti.

Un dialogo tra generazioni. A spiegare il senso della scelta è lo stesso Cortese, che ripercorre le origini dello spazio. «La Gramma_Epsilon Gallery di Atene nasce dall’idea di valorizzare l’arte al femminile», racconta. «Fin dall’inizio abbiamo dato voce ad artiste che, oggi quasi tutte ultranovantenni, seguono idealmente la linea tracciata da Mirella Bentivoglio: donne che hanno attraversato la storia dell’arte del Novecento e che hanno lasciato un segno profondo nella ricerca sul linguaggio e sui materiali». Con Serreli, però, qualcosa cambia. «È la prima volta che la galleria si apre a una mostra con un’artista più giovane», prosegue Cortese, «una figura che si collega alle esperienze artistiche già presenti nel nostro programma senza esserne una semplice erede. L’idea è stata quella di far dialogare le avanguardie storiche con l’attualità, di mostrare che quel filo non si è interrotto ma continua a produrre linguaggi nuovi». In questo spazio, secondo il curatore, il lavoro di Serreli trova una collocazione naturale: «Con il suo libro-oggetto, con le sue sperimentazioni e con la sua ricerca sui materiali, si inserisce perfettamente in questo percorso. Il suo modo di lavorare sul tessuto, sul filo e sulla pietra parla il linguaggio delle grandi pioniere che abbiamo ospitato, ma lo fa con una sensibilità contemporanea».

Le opere. In mostra circa quaranta opere, provenienti dai principali cicli sviluppati in oltre vent’anni: “Ikigai”, “Animas”, “Il peso del sonno” e “Fili fuori telaio”, accanto ai quali debutta il nuovo ciclo “Senescenza”. Fibre, ceramica e marmo dialogano in un allestimento non cronologico, che restituisce la continuità di un percorso in costante rinnovamento che restituisce la continuità di un percorso che, pur rinnovandosi, ha mantenuto intatta la propria identità.  Da oltre vent’anni Serreli costruisce un linguaggio che attraversa forme e materiali diversi, con al centro una riflessione su corpo, memoria, relazione e ruolo dell’arte nel presente. Una parte importante di questo percorso nasce dalla casa di famiglia a Marrubiu, da cui provengono tessuti, fili e oggetti segnati da decenni d’uso, che entrano nell’opera con le tracce delle vite e dei gesti che li hanno preceduti.  Serreli guarda a questo appuntamento con evidente soddisfazione. «Sono felice», dice, «perché con questa personale si chiude un ciclo di produzione e se ne apre un altro, con nuove evoluzioni espositive. È un passaggio importante, che sento come una vera soglia: guardo indietro a tutto ciò che ho costruito e, allo stesso tempo, sono già rivolta a ciò che verrà». Per l’artista, la mostra è soprattutto un’occasione di condivisione. «Mi permette di far conoscere le mie opere al mondo», spiega, «nella loro doppia anima: le opere bidimensionali, ma anche le sculture, con le materie attraverso cui racconto la mia Sardegna». Materie che sono luoghi e memoria, «dal biancone di Orosei all’ossidiana di Marrubiu», pietre e roccia che portano con sé il paesaggio e la storia dell’isola. Ad Atene, in fondo, Serreli chiude anche un cerchio personale. «Nasco come scultrice», ricorda. «Dopo altre sperimentazioni, con il tessuto, il filo e i linguaggi più diversi, sono tornata alla scultura». Forse era un approdo inevitabile; la mano torna sempre là dove ha imparato a pensare.

 

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