Sete da sette
Caffè Scorretto
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B envenuti nel magico mondo dell’hotellerie di lusso, dove sborsare 5.700 euro a settimana garantisce un letto ma trasforma l’acqua del rubinetto in un bene mitologico. Una turista in vacanza in Alto Adige ha scoperto a proprie spese che nel suo pacchetto “all-inclusive” era appunto inclusa una sete paurosa. Di fronte al rifiuto di una caraffa della casa, è stata costretta a idratarsi con bottiglie di minerale alla modica cifra di 7 euro l’una. Tanta liquidità: in ogni senso.
Ferita nell’orgoglio, la paladina dell’acqua pubblica ha trascinato l’hotel fino in Cassazione, chiedendo 2.700 euro di risarcimento per “stress emotivo”. La sua tesi era quasi poetica: l’acqua è un diritto universale e tu non me la puoi negare.
Ma i giudici supremi, con cinismo commerciale, hanno spento ogni bollore: nessuna legge impone ai ristoratori di fare i filantropi dell’acquedotto. La sentenza è un capolavoro di pragmatismo: se il locale dice no, il cliente può sempre «approvvigionarsi autonomamente». Tradotto: la prossima volta presentatevi al tavolo a cinque stelle (no, Conte non c’entra) con la borraccia, o attaccatevi al lavandino della camera prima di cena. Perché regalare l’acqua del sindaco? La sete dei clienti vale oro.
Pagate, dunque. O fate i cammelli.
