C i fregano come niente, pur con ampi sconti in proporzione alla nostra conoscenza del web. E fregano soprattutto i bambini. Proprio ora che i buoi (o i byte) sono scappati, si pensa a chiudere le stalle: quelle dove né i primi né i secondi si vedono ormai da lungo tempo.

Nell’Anno Domini 2026, dopo che ha corrotto, fatto suicidare o in altri casi bullizzato minorenni e adulti, all’improvviso prendiamo coscienza che internet è senza controllo. Non lo fanno i genitori, che pure lo ritengono necessario da tempo, ma spesso non hanno una “contraerea” tecnologica e culturale per difendere i pargoli “bombardati” sul web.

A provvedere è invece l’Unione europea, con un proclama che sa di scoperta dell’acqua calda: «I bambini non sono merce, a nessuna azienda tecnologica dovrebbe essere permesso di trattarli come tale». Testo e musica sono della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma il motivetto si orecchia per strada dagli anni Novanta.

Il rimedio, ammesso che rimedi davvero, è il Digital Fairness Act, cioè la Legge sull’Equità Digitale dell’Ue. «Non dobbiamo accettare che i social media siano progettati per creare dipendenza, che i bambini siano attirati verso contenuti sempre più estremi», proclama von der Leyen. Quelli che ci portano via i figli via web, a quanto se ne sa, non sono esattamente terrorizzati.

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