V oce di popolo, voce di Dio: il dubbio è legittimo. Nel 2012, più di nove sardi su dieci del 36 per cento degli elettori che andarono a votare il referendum battezzato “taglia casta”, si espressero per abolire le Province, diminuire poltrone e prebende, ridurre i consiglieri regionali da 80 a 50. La politica se la prese comoda mantenendo alle Province le funzioni non sorrette però dai finanziamenti, segno che non aveva poi questa gran voglia di rispettare la sovranità del popolo, sovrano neppure di striscio. Unico contentino di quella tornata referendaria la sforbiciata a 60 del numero dei consiglieri regionali. Se con la legge Del Rio il Parlamento lanciò la ciambella di salvataggio, la Sardegna si superò istituendo le città metropolitane di Cagliari e Sassari, riconfermando le province di Nuoro e Oristano e la resurrezione delle nuove premiate col raddoppio dei capoluoghi, non fosse mai che scoppiasse la guerra dei campanili. Ultima della serie, la Regione sta per votare il ritorno all’elezione diretta del presidente e dei consiglieri che a loro volta nomineranno gli assessori che a loro volta chiameranno i capi gabinetto, i dirigenti, gli esperti e i portaborse. Tutto cambia, niente cambia. La politica è lo specchio del Paese: incoerente, afona, incerta, smemorata. Ricordando Umberto Eco: l’italiano è coerente solo nel cambiare bandiera a ogni vento.

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